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Tangeri, viaggio nel tempo

Una destinazione che ha (ancora) mistero

Ruvida, intensa e sofisticata. Decisa a voler restare la stessa di sempre: Tangeri, la città marocchina dai due mari, vive il presente e si apre al mondo con visioni contemporanee.

Strana città Tangeri. Non bisogna aspettarsi scoperte di design. Tantomeno di visitare una Marrakech sul mare, anzi i mari, visto che si trova nel punto d’incontro delle acque, tra Mediterraneo e Oceano Atlantico. Qui è tutto raw, fortemente reale, dotato di una ruvida effervescenza con poche concessioni alla contaminazione globale. Bello. Un po’ scioccante all’inizio, poi ci si accorge che questa città, sottoposta a regime internazionale fino al 1956, gestita dagli stranieri e, un tempo, un vero e proprio forziere di lingotti, è un luogo reale, dove si sviluppa un pensiero contemporaneo. Segnali: l’aspirazione a ospitare l’expo con “Tanger 2012” e il porto quasi ultimato che sarà il più grande e importante d’Africa, ma anche l’apertura del volo diretto da Milano-Bergamo (con la compagnia aerea low cost Ryan Air) aggiungono la sensazione che la città marocchina sarà la destinazione di domani.

Siamo nel Marocco, autentico, intriso di quel mistero che ha affascinato la beat generation, Yves Saint Laurent e Pierre Bergé, e ancora filosofi come Bernard-Henri Lévy o top model (Jacquetta Wheeler e la sua famiglia sono spesso qui). Mistero dunque indotto dalle viste della città lattiginosa al mattino, il muezzin che invita alla preghiera nella Kasbah mettendo addosso i brividi con precisa puntualità, il romanticismo che ti regala questa patina di nostalgia traspirante dai muri. Sensazione: l’idea di inizio e di fine delle acque, così forte quando si è al café Hafa (dove l’odore di hashish fa girare la testa), un bar distribuito sulle terrazze dove camerieri anziani con la sigaretta che penzola dalle labbra, ti portano il tè alla menta. E intanto guardi la Spagna, con la nuova strada costiera sotto, di cui nessuno sa il nome perché è stata appena costruita, accanto giovani marocchini donne e uomini, volto di quel Marocco moderno voluto dall’attuale re Mohammed VI e che indica Tangeri capitale di qualcosa.

Alla Cinémathèque nel vecchio cinema Rif, un palazzo del 1938 dove proiettano film di oggi e rassegne del passato, ci si sente un po’ come in un lungometraggio di De Sica, solo che siamo in Africa. La mattina c’è sempre Yto Barrada, indaffarata artista di origine marocchina cresciuta a Parigi che organizza mostre, incontri, scenari di ricostruzione di un tessuto socioculturale. Poi arriva Sophia Aguiar, portoghese, che dipinge a olio su tavolette di legno insetti pieni di grazia. Sopresa. L’idea di mosche e ragni ci faceva orrore e invece lei che adora l’armonia del particolare, la precisione del dettaglio, li rende piacevoli, innocui, solo miniature perfette volute dalla natura. Poi ci si perde nella kasbah, dove i bambini giocano ancora con le biglie davanti all’atelier di Omar Mahfoudi, un pittore 28enne marocchino che dipinge volti in decomposizione, un po’ baconiani. Grazie. Nella sua casa ci sono mozziconi di sigarette, ammassi di vestiti, ripide scale, la sensazione di trovarsi in un luogo senza compromessi. Bohème magrebina? Ancora Kasbah, e poi la sera al Dar Nour dove Philippe e Jean-Olivier, una coppia di Lione, architetto e giornalista, inventano una socialità con disinvoltura cosmopolita e il savoir-vivre dei francesi. Producono musica contemporanea marocchina e la spremuta di mandarino la mattina si fissa nell’ipotalamo.

Di nuovo in giro, nella città nuova dove stanno costruendo palazzi dall’architettura improbabile. Si passa dal Mur des Paresseux e ancora al Grand Café de Paris. Tutti uomini, molto fumo, caffè orribile, territorio di caccia per ricchi europei alla ricerca di un’avventura, razionalismo anni ‘50 intorno. Eppure ti capita che un signore anziano con il bastone sia Larbi Yarkoubri, un intellettuale, amico di Paul Bowles e di quel mondo che ha reso Tangeri quella che è. Te ne accorgi dopo, da come viene omaggiato silenziosamente dai passanti che sanno. L’uomo ha visto tutto qui, compresi i Rolling Stones. Adesso, è certo, tocca a noi.


di Maddalena Fossati / 21 Luglio 2010

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