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Da Alexander McQueen a Shaun Gladwell, perche il teschio piace ad artisti e designer?

Da emblema della vanitas a simbolo dell'estetica punk, passando per il design contemporaneo: storia di un simbolo (mi)mortale

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Shaun Gladwell

Nonostante sia venuta alla ribalta con Alexander McQueen, il teschio è un simbolo ricorrente nell'arte così come nel design: non esiste tema più ricorrente nelle civiltà di tutte le epoche e latitudini di quello della morte (e dell’amore, certo, ma com’è noto sono intrinsecamente collegati), presente persino nell’iconografia preistorica e via via rappresentato con un’eccezionale varietà di mezzi e stili, ed il teschio ne è senza dubbio il simbolo più usato (ed abusato).

Emblema per eccellenza della vanitas, in Occidente ha attraversato alterne fortune, dall’apogeo nel tardo Medioevo e nel Barocco fino al relativo declino nel Settecento e nell’Ottocento, per poi tornare prepotentemente alla ribalta nel corso del Novecento. Ribalta che, ai nostri giorni, non ha ancora abbandonato, diventando anzi un’effigie talmente pop da aver ormai perso molta della sua carica eversiva e del suo monito escatologico, ridotto spesso a un elemento decorativo come un altro.

Dal Jolly Roger, ovvero la bandiera tradizionale dei pirati occidentali, alle calaveras messicane tanto in voga negli studi dei tatuatori europei, fino al teschio formato dai corpi nudi di sette donne ad opera di Salvador Dalì e a quello ipertecnologico di Darth Vader, sono incalcolabili le apparizioni di questo simbolo atavico nella storia non soltanto dell’arte e del design, dal momento che da sempre rappresenta il memento mori nella sua accezione più originale: non solo il ricordo della nostra provvisorietà, quindi, ma anche un’esortazione a godersi al meglio le possibilità dell’esistenza prima di ridurci a nostra volta in quello stesso identico teschio – ragion per cui tra l’altro è diventato iconico nell’estetica rock e punk, oltre che naturalmente goth.

Della storia del design contemporaneo, di cui a seguire troviamo alcuni esempio, il teschio rimane uno tra i protagonisti, che se ne conservi la pregnanza simbolica o soltanto l’attrattiva estetica. 

È proprio dalla riproposizione del teschio come simbolo di vanitas che è partito Shaun Gladwell, artista, fotografo e scultore australiano, per il suo progetto Orbital Vanitas: grazie alla realtà virtuale, ha reso possibile l’esperienza di venir collocati all’interno di un enorme teschio umano che orbita intorno alla Terra (da cui la duplice valenza semantica del nome). Come in un film di fantascienza, il cranio si avvicina allo spettatore fino ad inghiottirlo, consentendogli di ammirare non solo, come da tradizione, la superficie esterna di un teschio anatomicamente perfetto, ma anche quella interna. Così, la sella turcica dello sfenoide diventa una sorta di scogliera calcarea su cui ci ritroviamo a fluttuare, mentre le orbite diventano grotte da cui osserviamo le meraviglie del nostro pianeta, del Sole e delle stelle, ricordandoci quanta bellezza abbiamo quotidianamente a disposizione. Una riproposizione contemporanea dell’allegoria platonica della caverna che celebra e al tempo stesso critica i limiti della realtà virtuale, oltre che quelli della nostra percezione: in tutti i casi, siamo sempre schiavi di illusioni e simulazioni in quel pianeta a sé che è la nostra individualità.

Studio Job ha collaborato con il marchio italiano Bisazza per la produzione di Perished, una collezione di piastrelle a mosaico con una grafica spettrale che raffigura ossa e scheletri di animali, utilizzando i motivi precedentemente studiati per una carta da parati ed una serie di mobili (leggi anche → Bisazza e i mosaici di Studio Job).

Rigorosamente in due colori a contrasto, bianco e nero oppure oro rosa e marrone, gli scheletri di scimmie, tartarughe, coccodrilli, uccelli tropicali e cavallucci marini sono disposti a formare uno schema simmetrico che crea una ripetizione. Lo studio belga di design ha dichiarato che questa collezione incarna perfettamente lo spirito del nostro tempo, violento e giocoso allo stesso tempo.

Lo studio del designer olandese Piet Boon ha trasformato l'interno di un ex cappella dell'ospedale militare di Anversa, in Belgio, in un ristorante in stile contemporaneo chiamato Jane. Agli alti soffitti di cui è stata conservata la vernice scrostata e alle piastrelle originali a motivi geometrici in ceramica, sono stati combinati elementi del tutto nuovi, come un enorme teschio stilizzato illuminato, appeso sul retro dello spazio, ed un maestoso lampadario realizzato con i progettisti dello studio libanese .PSLab, 800 kg per 12 metri di lunghezza, interamente in acciaio e cristallo soffiato a meno. Non solo: insieme ai designer Job Smeets e Nynke Tynagel di Studio Job sono state realizzati 500 pannelli colorati di vetro che sostituissero le vetrate originali e che rappresentano immagini di girasoli, Gesù crocifissi, demoni, dadi, teschi, coni gelato, pinguini e torte di compleanno, creando un’iconografia contemporanea di bene e male, vita e morte, ricchezza e povertà, buon cibo e religione, in uno stile originale ed estremamente sobrio che fonde eleganza e attitudine rock (leggi anche → The Jane ad Anversa).

Neri Oxman, architetto e designer israelo-americana, con il suo gruppo Mediated Matter del MIT Media Lab, ha realizzato delle rielaborazioni, stampate in 3D, di antiche maschere mortuarie. Progettata in collaborazione con la società di stampa 3D Stratasys, la collezione Vespers consta di tre serie da cinque maschere ciascuna e si propone di indagare il periodo di transizione tra la vita e la morte: come ha spiegato la Oxman, anticamente si pensava che le maschere mortuarie fatte indossare ai defunti servissero a proteggerne l’anima dagli spiriti maligni durante il cammino verso la pace dell’aldilà. Per questo i cinque “martiri” immaginari sono commemorati attraverso interpretazioni sequenziali di tre differenti momenti, passato, presente e futuro, dei quali attualmente è stato presentato solo il secondo, il Presente appunto, durante l’apertura del nuovo Design Museum di Londra.

 

Il designer Alessandro Zambelli, in esclusiva per Seletti, ha creato la collezione Memorabilia, una serie di souvenir iconici dal mondo dei ricordi e degli avvenimenti “memorabili”, appunto, tutti realizzati in fine porcellana bianca o dorata: oltre a My Skull, anche My Spaceship, My Crown, My Gun, My Lucky Horn, My Robot, My Car, My Train e My Skateboard. Ciascun pezzo, come My Skull che vuole essere un omaggio all’Amleto shakespeariano, non è più che un’autonoma rievocazione di un episodio straordinario nella storia umana. 

Bertozzi&Casoni, il duo di scultori conosciutisi durante gli anni di formazione all’Istituto d’arte per la Ceramica di Faenza ed insieme dal 1980, nel 2007 ha presentato tre grandi opere concepite come dissacrante monumento all’”antimonumentalità”: oltre ad un enorme orso posto su una base destinata a liquefarsi e ad una grande macchina che non produce nulla, il teschio color oro di Pinocchio, realizzato in fine maiolica, dall’esplicativo titolo Le bugie dell’arte. Una scultura, questa, allo stesso tempo ironica e spettrale, un cranio umano ma non del tutto, che crea l’effetto spiazzante di sontuosità e decadenza e utilizza l’emblema del teschio per un’allegoria sull’inevitabile caducità di ogni creazione umana. 

C’è chi nasconde segreti sotto al tappeto e chi li nasconde direttamente dentro al tappeto: Illulian, marchio storico nel campo del tappeto d’autore, ha presentato Grayskull, una serie di tappeti in quattro colori che nasconde un teschio nella maglia esagonale irregolare.

Pratica antica, nella storia dell’arte, quella di nascondere teschi visibili solo ad un’adeguata distanza (si pensi, per citarne uno, all’opera Ambasciatori di Hans Holbein il Giovane, della metà del XVI secolo, dove una macchia confusa sul pavimento si rivela un teschio se osservata di scorcio), ma sempre ironica e provocatoria, che rimanda alla transitorietà celata in ogni cosa esistente.

Merita senza dubbio una menzione Jan Fabre, l’artista, coreografo, scenografo e regista belga che da sempre scatena reazioni contrastanti tra i fruitori delle sue opere, spesso e volentieri collegate al tema della morte per mezzi e contenuti. Se ancora nel 2011 la sua rilettura della Pietà di Michelangelo, nella quale il Cristo morto aveva il volto dell’artista stesso e la Madonna quello di un teschio, gli aveva suscitato accuse di blasfemia (prontamente smentite, giacché per Fabre era semplicemente un mezzo per rappresentare la volontà di una madre di sostituirsi al figlio morto), pochi mesi fa sono stati i suoi teschi ricoperti di esoscheletri di scarabei, con scoiattoli o pettirossi imbalsamati tra le fauci, a scatenargli le ire degli animalisti, che ne hanno chiesto la rimozione da Palazzo Vecchio, a Firenze. A nulla è servito spiegare quanto gli scarabei fossero il simbolo egizio per eccellenza della metamorfosi e come tutti gli animali utilizzati fossero stati trovati morti ai lati delle strade e sottoposti a tassidermia per restituire loro una sorta di nuova vita.

Il teschio nella storia della moda e del costume costituisce un (lunghissimo) capitolo a sé, di cui in anni più recenti senza dubbio non si può tralasciare Alexander McQueen, prematuramente scomparso nel 2010 e precursore di una tendenza che tuttora mostra pochi cenni di cedimento: strappati definitivamente i teschi al punk e al goth, come Vivienne Westwood aveva fatto con le spille da balia, ne ha fatto un marchio distintivo da portare con disinvoltura, all’inizio sugli iconici foulard e subito dopo su clutch, gioielli ed abiti, sontuosamente arricchiti da swarovski o meno. Dalle ballerine di Giuseppe Zanotti agli ankle boots col tacco di osso di Dsquared, dalle décolleté di John Richmond alle borse di Philipp Plein fino alla splendida barocca collezione di Dior, Kings And Queens Jewelry Collection, dopo McQueen il teschio è diventato un elemento trasversale di contaminazione che solo nell’ultimo paio d’anni si sta tentando di contenere moltiplicando al contrario le decorazioni con archetipi vitalistici, come fiori, animali, cuori e stelle. 

E quale migliore oggetto di utilizzo quotidiano si presta meglio ad assolvere la funzione di memento mori che l’orologio: in una mostra attualmente in corso al CID – Centre of Innovation and Design del Grand-Hornu, in Belgio, l’Éloge de l’Heure, sono stati presentati parecchi orologi in foggia di teschio realizzati da artisti e designer (leggi anche → 150 orologi in mostra in Svizzera). Dall’orologio da tavolo dei primi dell’Ottocento, Memento mori en forme de crâne, di origine viennese e conservato al Musée de l’horlogerie Beyer di Zurigo – un teschio prezioso in smalto bianco e oro, con swarovski incastonati nelle orbite, che nasconde un orologio all’interno del cranio –, fino al contemporaneo Black Skull di Fiona Krüger, un teschio stilizzato in bianco e nero dove gli ingranaggi dell’orologio diventano essi stessi parte del design.

E, nell’accezione più mondana di vanità, va infine inserito For the love of God, l’opera di Damien Hirst esposta per la prima volta a Londra nel 2007 e da allora oggetto di profonda meraviglia, se non altro perché si tratta dell’opera più imponente mai commissionata ai gioiellieri della regina, Bentley & Skinner, subito dopo i gioielli della corona: un calco di platino di un teschio umano del diciottesimo secolo, di cui sono stati però mantenuti i denti, tempestato di 8601 diamanti purissimi, per un totale di 1.106,18 carati, ed ulteriormente decorato da un enorme diamante rosa a goccia incastonato sulla fronte. Costato 15 milioni di sterline e in vendita all’esorbitante prezzo di 50, prova e al tempo stesso denuncia della mercificazione dell’arte.

Di un decennio precedente e completamente antitetico all’opera di Hirst, Black Kites di Gabriel Orozco, una sorta di esperimento che l’artista messicano ha compiuto su un teschio umano durante una convalescenza durata sei mesi, adattando una griglia bidimensionale realizzata personalmente in grafite sulla struttura tridimensionale del cranio: la scacchiera, costretta ad adattarsi all’irregolarità della struttura, trasforma i suoi “aquiloni” in rombi, curve e losanghe, dando prova materica e tangibile della contraddizione tra l’organico e l’ideale.

 


di Lia Morreale / 15 Febbraio 2017

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