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Tutta la storia dell'opera di Auguste Rodin scomparsa per oltre cent'anni

Bruno Jaubert, della casa d'aste parigina Artcurial ci racconta la storia della misteriosa scultura in marmo, che andrà all'asta il 30 maggio

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Il 30 maggio, in occasione del centeraio della morte di Auguste Rodin, Artcurial batterà all’asta Andromède, un’opera in marmo di cui, da oltre un secolo, si erano completamente perse le tracce.

Recentemente ritrovata a Madrid da Stephane Aubert e Bruno Jaubert, i due direttori associati della casa d’asta multidiscplinare che ha base a Parigi e altre due sedi di vendita a Honk Kong e Montecarlo, Andromède sembra essere rimasta in mano alla stessa famiglia, di generazione in generazione, fin dalla sua creazione nel 1887.

 

 

In quell’anno, il diplomatico cileno Carlos Lynch de Morla aveva infatti chiesto all’amico scultore un ritratto in marmo della giovane moglie Luisa. Rodin lo accontenta volentieri ed il capolavoro che ne esce viene esposto al Salon National des Beaux-Arts del 1888 riscuotendo un tale successo che il governo francese chiese di poter acquistare l’opera per il Musée du Luxembourg, dedicato al contemporaneo dell’epoca. Carlos de Morla non ebbe da obbiettare e l’amico Rodin gli fu tanto riconoscente da far dono alla famiglia di un’altra opera in marmo, Andromède, che da allora è stata tramandata di generazione in generazione fino ad essere riscoperta di recente grazie ad una perizia effettuata da Aubert e Jaubert. È proprio quest’ultimo a raccontarci la storia di questa scultura di piccole dimensioni (28,1x18,5 cm) che rappresenta la mitologica vergine che rischiò di essere sacrificata a Poseidone da suo padre Cefeo nel tentativo di salvare il suo regno: «Ritrovare questo pezzo in marmo di Rodin 130 anni dopo la sua realizzazione è un vero e proprio evento! Negli anni Trenta, Georges Grappe, primo curatore del Museo di Rodin, diede per certa l’ipotesi che Andromède fosse ancora nelle mani della famiglia Morla, ma senza alcuna certezza. Sino ad allora, tutte le tracce dell’opera erano andate perdute…»

L’opera, esposta a Parigi dal 18 al 28 marzo, quindi a Bruxelles e Vienna, è stata presentata a Milano, nella sede di Artcuriel, dal 4 al 6 maggio, prima di essere battuta all’asta da una base di 800mila euro.

 

 

Com’è avvenuto il ritrovamento dell’opera? È stata fortuna o ne eravate alla ricerca?

Dal 1920 non si avevano più notizie, quindi non avevamo idea di dove potesse essere. Nel 1930 Georges Cluster, tra i primi curatori del Musée Rodin, ne segnalava la presenza presso i Morla, ragion per cui potevamo supporre che Andromède fosse ancora nelle mani dei discendenti di Carlos e Luisa. Ma si tratta di una grande famiglia e quindi non c’era modo di sapere se si trovasse in Cile, negli Stati Uniti o in Europa. Siamo partiti per fare una perizia a Madrid e, sì, in parte è stata certamente fortuna, l’abbiamo ritrovata!

 

Come siete giunti alla conclusione che fosse un’autentica scultura di Rodin?

Innanzitutto esistevano delle fotografie molto vecchie di quest’opera, con cui confrontare l’esemplare nelle nostre mani, ma poi c’è stato un lungo lavoro di ricerca,

identificazione e confronto, effettuato con la collaborazione del Musée Rodin di Parigi, con le altre quattro sculture di Andromède sempre realizzate dall’artista e alla fine è stato inequivocabile che fossimo di fronte a quel capolavoro perduto.

 

Com’è questa Andromeda rispetto alle altre quattro versioni che ne ha fatto Rodin?

Sicuramente è l’esemplare più naturalistico. Ce ne sono altre quattro, sì, la prima probabilmente del 1885, attualmente conservata al Philadelphia Rodin Museum. Un’altra al Musée Rodin di Parigi, una al Museo Nacional de Bellas Artes di Buenos Aires e un quarto esemplare, battuto all’asta a New York per 3 milioni di euro. In ognuna di queste, la posa di Andromeda è simile ma il blocco di pietra su cui è appoggiata è sempre molto diverso. Quello dell’opera che abbiamo qui, che dovrebbe essere la seconda realizzata da Rodin, è estremamente simile a una roccia vera e propria, ha specifiche connotazioni arboree, quasi dei fiori, e rievoca una sorta di caduta d’acqua. Anche la posa della ragazza è la più naturale tre le cinque, la più sensuale, anche se è quasi piegata in due dalla rassegnazione. Inoltre, il suo corpo liscio e morbido risalta ancora di più grazie al confronto con la superficie ruvida della roccia.

 

Di solito, nella storia dell’arte, Andromeda viene rappresentata in piedi o al massimo seduta. Perché, secondo lei, Rodin ha invece preferito scolpirla accovacciata su una roccia?

Innanzitutto perché Rodin è un artista realmente moderno, che è riuscito a rendere davvero moderna l’arte della scultura. Quindi ha scelto di fare tutto il contrario del canone classico, ha voluto insistere sull’aspetto psicologico, ha voluto rappresentare la fragilità e la sensualità di una ragazza in balìa di un destino fatale. Ha preferito un approccio più intimo, emotivo, più sensibile, realizzando un’opera il cui vero soggetto, più ancora di Andromeda stessa, è quello che prova lei. È la fragilità di una ragazza che si abbandona sulla pietra dura. Inoltre, si tratta indubbiamente di una posa molto più erotica rispetto a quelle dell’iconografia più classica.

 

 

 


di Lia Morreale / 6 Maggio 2017

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