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Artissima 2017, quello che proprio non dovete perdervi

Dall'allestimento alle opere più importanti di ciascuna sezione, una guida al meglio dell'arte contemporanea in mostra quest'anno

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Silvia Pastore

Cosa non perdersi alla ventiquattresima edizione di Artissima? Abbiamo fatto una piccola lista delle cose che ci sono piaciute di più.

Innanzitutto l’impianto allestitivo della fiera curato da Vudafieri Saverino Partners. Ispirato alle piante di epoca barocca, il sistema dei percorsi si snoda tra piazze e grandi viali, rendendo la visita dello spazio ortogonale piacevole e pratica.

Senz’altro il punto di forza dell’intera manifestazione è la mostra Deposito d’Arte Italiana Presente, curata da Ilaria Bonacossa e Vittoria Martini. L’allestimento è efficace e riuscito: aiuta a immergersi nell’atmosfera di questa sezione, un caveau a cielo aperto che raccoglie, custodisce e svela le 128 grandi opere dei maestri che dal 1994 – anno di fondazione di Artissima - hanno cambiato la storia dell’arte contemporanea.

Nella sezione Present Future spiccano i due lavori di Cally Spooner, artista inglese vincitrice del premio Illy. Entrambi concepiti durante una residenza della White Chapel di Londra, ricalcano le altre materie in cui si cimenta: scrittura e filosofia. Quattro opere su carta si riferiscono a una lunga intervista che parte da un punto di vista biologico molto soggettivo e che indaga le relazioni tra i corpi in un concetto definito “social body”, un corpo collettivo in relazione agli altri e il corpo inteso come unicum sociale. Il secondo lavoro è invece composto da tre altoparlanti da cui, da un lato si può ascoltare una voce maschile che conta in spagnolo a fatica mentre viene versata dell'acqua, elemento che aumenta la difficoltà della prestazione, e dall'altro i suoni naturali registrati su un idilliaco campo da golf. 

Proseguendo, nella sezione New Entries, troviamo ViaSaterna, galleria milanese al femminile che presenta: alcuni diorami, o paesaggi della memoria, consistenti in piccole e delicate installazioni in teca di Theo Drebbel; una serie fotografica parte di un lavoro di Guido Guidi svolto alla celebre Tomba Brion di Carlo Scarpa in cui, analizzando un'ombra, studia la direzione della luce soffermandosi sul concetto di freccia, come un'indicazione spirituale fornita dall'architetto; infine un lavoro di Federico Clavarino, una ricerca dell'identità europea durata cinque anni e ispirata a un romanzo di Kafka, svolta fotografando dettagli emotivi soggettivi e composti sulla parete a ricreare una sorta di mosaico. 

Seb Patane è uno dei grandi protagonisti di questa edizione della fiera, presente con un'installazione site-specific di alcuni suoi lavori alla galleria Fonti. Sotto il cappello della sezione Disegni, le opere si basano sul recupero di immagini da riviste vittoriane dell'ottocento di novelle. Prostitute e personaggi della musica sono estrapolati dal loro contesto storico, divenendo iconografie la cui identità è annullata. L'inserimento di linee geometriche, l'uso talvolta compulsivo della penna biro, i collage di immagini di conduttori o consolle, aumentano le relazioni disordinate e psichedeliche, in cui si possono anche scorgere distorsioni sonore applicate al visivo.

Nella parte Back to the Future troviamo poi un'esposizione monografica di Jean Dupuy alla galleria Loevenbruck. L'artista, vincitore del Premio Sardi, è celebre per aver gettato nella Senna tutti i suoi dipinti nel 1968 ed essersi poi trasferito a New York. Qui ha lavorato principalmente in ambito scultorio ma ha in seguito utilizzato il sistema dell'anagramma, che si può ammirare su grandi tele colorate, per documentare i suoi lavori.

Proseguendo nella stessa sezione poi non si può non notare la piccola stanza di Nathalie Du Pasquier per la galleria Apalazzo. Costruita appositamente per Artissima, questa struttura di legno dipinta ad olio, ospita all'interno i disegni dei pattern che la designer ha realizzato durante il suo periodo nel gruppo Memphis, dall'81 alll'87. Pensati inizialmente per essere poi trasferiti su tessuti, carte o altri supporti, questi disegni trovano in questo piccolo parallelepipedo una grande forza e una vivacità rinnovata.

E infine un passaggio obbligato nella saletta Piper, per la quale Gufram ha riprodotto le sedute del celebre club torinese.


di Elisabetta Donati De Conti / 5 Novembre 2017

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