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Donald Trump fa bene agli artisti?

Non solo in America, l'arte diventa linguaggio universale per sradicare la paura e il pregiudizio

L’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca ha dato vita a un vero e proprio movimento artistico di protesta, che si sta esprimendo a gran voce entro e fuori i confini americani contro la linea politica e i valori sostenuti dal neopresidente. Anche in questo momento, come in altri periodi difficili della storia, l’arte è chiamata a contribuire al progresso sociale e culturale poiché, come diceva Joseph Beuys, “è l’unica possibilità di evoluzione, l’unica possibilità di cambiare la situazione nel mondo”.
È a una celebre performance dell’artista tedesco che si è ispirato Anish Kapoor per lanciare una chiamata al mondo dell’arte: “Il silenzio rende complici della politica dell’esclusione - ha dichiarato l’artista indiano in risposta al Muslim Ban, indetto da Trump pochi giorni dopo essere salito al potere.- Noi non staremo in silenzio”. Il poster che raffigura il volto di Kapoor con la scritta in stile propaganda nazista “I like America and America doesn’t like me”, cita letteralmente l’idea seminale espressa da Beuys oltre quarant’anni prima, nel 1974, quando mise in atto una delle sue più celebri “Azioni” dal titolo “I like America and America likes me”.
Con l’intenzione di rappresentare l’attitudine della società americana a temere ciò che è sconosciuto, Beuys si fece trasportare in ambulanza dall’aeroporto di JFK alla René Block Gallery di New York, dove rimase chiuso per tre giorni in una piccola stanza insieme a un coyote, simbolo dello spirito indomito degli Stati Uniti. Dopo l’iniziale diffidenza, l’animale dimostrò di accettare la presenza di quell’uomo che guaiva avvolto in una coperta, offrendo al performer la chiave di interpretazione cercata: l’arte può sradicare la paura e il pregiudizio.
La scia di polemiche legate alle dichiarazioni (e azioni) di Trump di stampo misogino, razzista, antidemocratico, contrario ai diritti LGBT e via dicendo ha scatenato un’ondata di dissenso da parte del mondo dell’arte culminata il 20 gennaio, giorno di ingresso del tycoon alla Casa Bianca.
Oltre alla defezione di cantanti e musicisti al tradizionale concerto di insediamento, di cui hanno parlato tutti i giornali, anche numerosi teatri, scuole d’arte, musei, gallerie e decine di critici e artisti tra cui Cindy Sherman, Julieta Aranda, Richard Serra, Trevor Paglen hanno aderito allo storico sciopero J20 Art Strike. Per le strade molti cittadini hanno protestato sventolando i poster di “We the people”, il progetto dell'artista Shepard Fairey, noto per aver realizzato i manifesti iconici di Obama con la scritta “HOPE” durante la campagna elettorale del 2008. Sviluppato in collaborazione con Ernesto Yerena e Jessica Sabogal, il progetto ha raccolto fondi tramite Kickstarter per la produzione in larga scala di poster raffiguranti nuovi simboli di speranza contro l'odio, la paura e il razzismo. Le immagini sono state distribuite alla folla radunata per le strade di Washington DC e stampate sui principali giornali.
Contemporaneamente, a partire dalle 9:00 del mattino dello stesso 20 gennaio, è stata azionata una videocamera connessa alla diretta streaming del progetto di “resistenza” di LaBeouf, Rönkkö & Turner presso il Museum of the Moving Image di New York, poi trasferito all’El Rey Theater ad Albuquerque in New Mexico. L’invito è per i passanti: pronunciare di fronte alla videocamera la frase “He will not divide us” 24 ore su 24, come un mantra, fino alla fine del quinquennio di presidenza.

 

Tuttavia il mondo dell’arte aveva già cominciato a reagire - anche in maniera molto esplicita - ben prima delle elezioni, offrendo immagini quanto mai eloquenti dell’allora aspirante presidente, impegnato in campagna elettorale. Le statue di “The emperor has no ball” di INDECLINE raffiguranti Trump a grandezza naturale, nudo, senza testicoli, la pancia gonfia e venosa e un anello massonico all’anulare destro, sono state installate nelle strade di molte città americane, da San Francisco a Seattle, a disposizione dei passanti per scattare grotteschi selfie. Ugualmente forti le versioni offerte dalla performer Illma Gore, che oltre a rappresentare un Trump sotto-dotato o messo KO da una vagina, ha recentemente presentato in collaborazione con INDECLINE l’opera ad alto contenuto simbolico "Rise Up Thy Young Blood", una rappresentazione della mitologia della fondazione americana dipinta col sangue dell’artista e di vari donatori spontanei. "I plan on being a pain in his ass honestly," ha dichiarato Illma, confessando di non temere affatto gli attacchi dei sostenitori di Trump (ad aprile 2016 è stata presa a pugni nei pressi della sua casa di Los Angeles)..

 

Di altra natura il progetto “For Freedoms” degli artisti Hank Willis Thomas e Eric Gottesman, nato a gennaio 2016 con l’obiettivo di avvicinare le persone alla politica tramite l’arte sviluppando e incoraggiando nuove forme di dibattito. L'iniziativa ha prodotto mostre, incontri, eventi interattivi, pubblicità e campagne educative costruendo una rete di artisti, studenti e consulenti, registrandosi come "soggetto politico" e stimolando una serie di domande sul ruolo dell’arte nella politica. Durante i primi 100 giorni della nuova amministrazione, il MoMA PS1 ospita una residenza artistica dedicata al progetto.
Seppur molto diversi nelle forme di espressione e negli intenti, i progetti citati hanno un aspetto in comune: sono tutti raccontati sui social network, che rappresentano ad oggi il principale diffusore del sentimento contemporaneo.

È tramite un tweet, ad esempio, che l’artista Richard Prince è arrivato addirittura a rinnegare un proprio dipinto che aveva venduto nel 2014 all’appassionata d’arte Ivanka Trump per 36.000 $. “Questo non è un mio lavoro. Non l'ho fatto io. Lo nego. Lo denuncio. È un falso." ha scritto l’artista alludendo alla retorica solitamente utilizzata dal presidente sul social network.

 

Sulla cresta della viralità, aumentano veloci le condivisioni delle immagini più ficcanti e provocatorie che fanno in poche ore il giro del mondo. Come quelle del bacio tra Putin e Trump ad opera di Dominykas Čečkauskas e Mindaugas Bonanu, apparso a maggio 2016 sul muro esterno di un ristorante barbecue nel centro storico di Vilnius. Nonché il recente graffito realizzato da Bambi nel quartiere londinese di Islington, che raffigura Teresa May mentre balla con Trump la danza delle bugie “Lie Lie Land”.
L’arte provoca, fa riflettere, offre chiavi di interpretazione, cerca alternative, costruisce cultura a tutti i livelli, da quello concettuale a quello di largo consumo. I messaggi anti-Trump vengono stampati sui poster, sulle spille e persino sulle cover dei cellulari, in vendita ad esempio sulla piattaforma Redbubble, che promuove i lavori di designer indipendenti.
Da Kapoor alle grafiche su T-shirt, gli artisti interpretano e raccontano questi tempi così critici eppure così vivi in assoluta libertà. Fin tanto che ce n’è. 


di Laura Ghisellini / 7 Marzo 2017

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