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La forma dei dadi non è sempre stata cubica, ecco la vera storia dei dadi da gioco

Un recente studio sostiene che l'aspetto dei dadi non è stato sempre uniforme. Ecco una breve storia dei dadi da gioco.

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Getty Images

Diamo spesso per scontato il design di oggetti che affondano le proprie origini nell’alba dell’umanità come il dado da gioco: simbolo per eccellenza dell’imparzialità del caso, il piccolo tetraedro rotolante ha alle spalle una storia millenaria che ne ha visto affinare la manifattura attraverso materiali, combinazioni numeriche e infiniti giochi. Pensate a Dungeons and Dragons (citato in Stranger Things), al cinematografico Craps che anima i casinò americani, alle decine di altri giochi antichi e moderni in cui il dado decreta vincitori, vinti, o il numero di passi da compiere. 

Di tipologie di dadi ne esistono moltissime e includono poliedri complessi con persino 20 facce. Parlando però del dado cubico, a noi familiare, sembra che il suo design uniforme sia una conquista piuttosto recente. È la tesi di uno studio pubblicato in Acta Archaeologica e condotto da Jelmer Eerkens, dell’Università della California, e Davis e Alex de Voogt dell’ American Museum of Natural History.

Dal confronto di 110 dadi conservati in musei olandesi con altri 62 presenti in Regno Unito, è emerso che nei secoli il poliedro si è evoluto attraverso numerose asimmetrie, che fanno porre molte domande agli studiosi. 

Le origini dei dadi

Innanzitutto, la storia dei dadi rivela che essi non sono sempre stati cubici. I dadi più antichi sono stati rinvenuti in Mesopotamia, nel Cimitero reale di Ur. Erano intagliati in forma conica o di falange, da zoccoli o ossa di cavallo (da cui il sinonimo “astragalo”, l’osso del tarso). Servivano a leggere il futuro, anche se già nell’antico Egitto si giocava a Senet, l’antenato del backgammon. Si scommetteva coi dadi in Cina, durante la dinastia Tang, mentre in India li citano gli antichissimi testi del Rig-veda e del Mahābhārata. Senza dubbio, quindi, l’origine dei dadi è asiatica. Forse per questo il tragico Sofocle li credette inventati durante la guerra di Troia dal condottiero Palmede.

Tutte le foto: Getty Images

Il dado nell’antica Roma

Ai latini piaceva moltissimo giocare a dadi e lo testimoniano, oltre l’arcinota frase attribuita a Giulio Cesare - Alea iacta est - molti documenti letterari, artistici e giuridici: durante l’Impero Romano furono emanate numerose leggi per proibire il gioco, mentre il poeta Orazio bacchettò i giocatori d’azzardo, invitandoli piuttosto ad allenarsi alla corsa a cavallo. 

Secondo lo studio di Eerkens, con i romani prevalse la forma dei dadi da gioco cubica. Realizzati in avorio, metallo e legno, fino al 400 a.C. erano deformi e asimmetrici: sembra che gli artigiani li manipolassero, ma non è chiaro se per sfidare il Fato (che dovrebbe vincere sull’asimmetria) o per truccare il gioco. Comunque i dadi latini ci sono pervenuti in molte forme, e la somma dei numeri sulle facce opposto faceva 7.

I dadi nel medioevo

I nobili amavano il gioco e i giullari, a differenza dei religiosi che associavano i dadi a bestemmie facili e superstizioni. Ad celebrare i postriboli è Cecco Angiolieri, che in un sonetto cita il dado tra i piaceri sommi della vita. Nella Divina Commedia Dante parla della “zara”, un gioco a tre dadi. San Bernardo loda i cavalieri templari perché non amano il gioco, ma sembra che il Craps di Las Vegas sia stato inventato proprio da cavalieri crociati. I dadi dividono anche i re: Alfonso X di Castiglia scrive un libro sui giochi, mentre Luigi IX (San Luigi dei Francesi) proibisce i dadi a dame e cavalieri a metà del 200.

Quanto al design dei dadi, per tutto l’alto medioevo permangono le asimmetrie romane, ma adesso i cubi recano immagini intagliate di uomini e bestie. E se la forma si va standardizzando, i dadi si fanno via via più piccoli per essere nascosti meglio e poter eludere i controlli durante i veti pubblici. Per questo, secondo Eerkens, i numeri a forme “di puntino”  sostituiscono quelli a forma “di anello”: perchè occupano meno spazio. Ma c’è una novità: la somma dei numeri sui lati opposti non fa più 7, bensì numeri primi (come 1+2, 3+4, 5+6). Un cambiamento il cui motivo è avvolto nel mistero, ma uniforme in tutto il nord Europa. 

Il Rinascimento

Col fiorire di umanesimo e scienze, un rinnovato spirito di equità porta di nuovo alla produzione di dadi con “facce a somma 7”. Ma non è ancora chiaro se il gioco dei dadi sia questione dell’irrazionale volere del Caso, o di più prosaiche probabilità matematiche. Resta il fatto che nel 1527 “il dado è tratto” una seconda volta, sì, ma questa volta a entrare a Roma sono i soldati lanzichenecchi, ovvero tedeschi, che mettono a sacco la Città Eterna. E sono incalliti scommettitori coi dadi. 

L'epoca moderna

Il 600 è il secolo della scommessa di Pascal: se non possiamo aver certezze sull’esistenza di Dio, tanto vale scommetterci sopra. Ad analizzare il comportamento dei dadi sono anche Galileo e Cardano: la scienza sta per avere il sopravvento e manca poco al proverbiale “Dio non gioca a dadi” di Einstein.

Intanto, sulle navi francesi, i dadi si imbarcano per il Nuovo Mondo. Gli schiavi e il popolo giocano a crapaud (antenato del craps). Si diffondono dadi dalla forma perfettamente simmetrica, parallelamente alle maggiori conoscenze in fatto di probabilità. 

I dadi che troviamo oggi in giro sono realizzati quasi sempre in plastica, come l’acetato di cellulosa. Oppure sono virtuali, come quelli che troviamo per giocare a dadi online: ma perché chiudersi in casa in balia del gioco d’azzardo? Cavallo o meno, ne siamo certi, il poeta Orazio ci consiglierebbe di uscire fuori a correre.


di Roberto Fiandaca / 14 Febbraio 2018

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