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Le elezioni USA viste da architetti e designer

Dai loghi della campagna elettorale americana all'interior design della Casa Bianca, i progettisti prendono posizione.

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Le elezioni Usa 2016 saranno segnate da una delle corse alla Casa Bianca più insolite e imprevedibili della storia americana. E nel dibattito sempre più intenso, tra le incalcolate opinioni, previsioni e rivelazioni, non stupisce che anche il mondo dell’architettura e del design abbia avuto la sua parte.

Oltre a riflessioni sull’efficacia estetica delle campagne elettorali dei due candidati e ad anticipazioni sui possibili cambiamenti nell’interior design della Casa Bianca in caso di vittoria dell’uno o dell’altra, non sono mancati scontri mediatici di Donald Trump con un rinomato architetto. E in generale, almeno per quanto riguarda pubbliche prese di posizione, non si può certo dire che Trump riscuota grande successo tra le file di progettisti e artisti.

Daniel Will-Harris, autore di tre best-seller sul graphic design ed egli stesso “pionere della computer grafica”, almeno secondo l’opinione del MoMA, ha analizzato loghi, branding e approccio tipografico dei due candidati presidenti USA , dimostrandone la valenza programmatica ed emblematica nella strategia elettorali di ciascuno dei due – e schierandosi palesemente a sostegno della Clinton.

Lo Sharp Sans del logo “H” di Hillary Clinton, infatti, risulta per Will-Harris molto più “lucido e professionale”, “umanista e accogliente” rispetto a quello di Trump. La H attraversata da una freccia rossa che punta avanti, verso il futuro, veicola per il designer un messaggio chiaro, accessibile a chiunque, e poco contano le critiche rivolte all’ex segretario di stato, secondo le quali quella freccia rivolta a destra rimanda allegoricamente alla tendenza conservatrice della Clinton: per il designer fare appello agli elettori repubblicani ancora indecisi e restii a votare Trump è comunque una scelta conveniente e intelligente, nonché onesta. Ed inoltre mostra che l’ex first lady ha imparato la lezione di Obama, la cui campagna con la sola iniziale del nome come un sole nascente ha cambiato per sempre il linguaggio della politica americana: proprio come quella O, anche la H diventa un marchio autonomo, completo, versatile ma altamente riconoscibile, che non necessita nemmeno dell’indicazione dell’anno proprio ad indicare un impegno senza tempo.

Il marchio di Trump risulta invece inconsistente, privo di un vero concept di grahic design, l’Akzidenz Grotesk Bold pesante e aziendale tanto quanto l’ormai abusato slogan Make America great again, che al contrario di quello della Clinton rimanda all’idealizzazione di un passato grandioso piuttosto che a un futuro da costruire.

Senza usare troppe perifrasi, Will-Harris spiega che Donald Trump ha una lunga e ben nota lista di fornitori e impiegati non retribuiti, probabilmente una delle ragioni per cui non è riuscito ad assoldare una squadra di professionisti di design e copywriting all’altezza del compito presidenziale.

Di certo, gli eventi degli ultimi mesi non possono che confermare la pessima reputazione di Trump come cliente. L’estate scorsa infatti è stato alla ribalta il caso dell’architetto di Manhattan Andrew Tesoro, protagonista di un video realizzato per la campagna della Clinton. In quelle riprese, Tesoro raccontava di non aver ricevuto il compenso concordato per la progettazione della Club House del Trump National Golf Club di Westchester, nello stato di New York, ma al suo posto diversi membri dello staff di Trump incaricati di convincerlo ad accettare poco più di un terzo di quanto fatturato – cifra che ugualmente non sarebbe mai stata corrisposta, portando la Tesoro Architects ad affrontare seri problemi finanziari.

Inevitabile, data la natura del video, che fossero sollevate obiezioni su un montaggio ad arte funzionale a connotare il tycoon peggio del dovuto, e a rafforzare lo scetticismo ha poi contribuito un’intervista editata e pubblicata da Forbes, che nemmeno troppo implicitamente suggeriva che l’opinione di Tesoro nei confronti di Trump fosse di gran lunga più indulgente di quanto mostrato con l’editing del video. Sarebbe servita un’ulteriore intervista, integrale, di ArchDaily a chiarire che, nonostante l’architetto non abbia trovato così spiacevole avere il candidato repubblicano come cliente, coinvolto e appassionato al progetto, non lo ritiene dotato dei valori etici necessari a governare una nazione.

Nemmeno Jesse Reed, coautore insieme a Michael Bierut del logo della campagna della Clinton, è andato giù troppo leggero con le critiche al design avversario, rimarcando allo stesso tempo come nemmeno la grafica migliore avrebbe possibilità di successo di fronte alla miseria del candidato; anche per Anne Quito di Quartz il logo della Clinton risulta vincente, “per quanto poco originale e goffo, perfettamente funzionale. È sufficientemente unico, con un’efficacia che si mantiene inalterata su carta stampata, televisione e piattaforme digitali. Su Twitter, la freccia rossa è anche un elegante, sebbene non necessario, dispositivo che indirizza l’occhio del lettore al messaggio”.

E a sancire la sua vittoria tra i designer, Hillary Clinton ha lanciato, qualche mese fa, il 45 Pins Project, per la quale 45 artisti e designer, tra cui Stephen Doyle e Paula Scher, sono stati chiamati a progettare delle spillette a supporto della sua campagna per diventare, appunto, il quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti.

Interessanti anche gli esiti che alcuni interior designer americani hanno immaginato per le stanze più iconiche della Casa Bianca, a seconda del candidato vincitore. Tanto quanto il riammodernamento di Jacqueline Kennedy ha fatto storia, grazie alla collaborazione del designer Sister Parrish e all’istituzione del Comitato Belle Arti, un gruppo dedicato all’acquisizione di mobili antichi per la Casa Bianca, anche lo stile hollywoodiano rosso scarlatto portato da Nancy Reagan e dal suo arredatore di Beverly Hills Ted Graber non era infatti passato inosservato.

Così, nel caso di vittoria di Hillary Clinton, i designer si sono per lo più prefigurati soluzioni classiche ma allo stesso tempo pratiche, lineari, magari con qualche concessione all’antico. Carta da parati a motivi geometrici e un uso del colore intenso ma misurato, verosimilmente nei toni del turchese, per rendere l’abitazione accogliente e familiare ma con materiali pregiati, come marmo, velluto e damasco, a ricordarne il prestigio.

Mobili imponenti e toni dell’oro e dell’ottone, invece, qualora fosse Donald Trump ad avere la meglio, insieme alla ripresa di uno stile anni Ottanta, a colori forti, come l’arancione, e superfici lucide, specchiate.

Ken Blasingame, uno degli interior designer ufficiali della Casa Bianca, addirittura ipotizza nel caso la ripresa di un enorme tavolo rotondo in legno costituito dalla scultura della testa di un bufalo a sostegno del piano, dono del presidente Filippine Elpidio Quirino a Harry Truman nel 1952 e tuttora conservato in uno dei depositi della casa bianca.

E non sono nemmeno mancati atti individuali di protesta contro Donald Trump, come il progetto di

Mark Fox e Angie Wang, professori di graphic design al California College of Arts: uno pseudo logo del magnate newyorkese, un plausibile oro su fondo nero, costituito da quattro T che ruotano e si incastrano formando una svastica dorata dall’immediata semantica, distribuito e affisso a San Francisco e foriero di confuse reazioni da parte dei passanti. Oppure il muro alto sei pollici eretto dallo street artist Plastic Jesus intorno alla stella di Trump sull’Hollywood Walk of Fame in un pomeriggio di luglio, come commento satirico al suo desiderio di erigere muri lungo il confine meridionale del Paese.

“Dal momento che siamo designer, vogliamo credere di poter cambiare il mondo con i colori, con le forme, con la tipografia – e possiamo anche farlo, in una certa misura”, ha detto Daniel Will-Harris in relazione alle sue analisi sui loghi dei candidati alla Presidenza. “Possiamo rendere le cose più comprensibili e interessanti, possiamo portare più persone a leggerle e rendere questa lettura più semplice. E questo è importante.”


di Lia Morreale / 7 Novembre 2016

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