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Elle Decor Italia

Festival di Sanremo e case degli italiani: storia di un palco che non fa tendenza, ma la rappresenta

Ci siamo chiesti se le scenografie di Sanremo abbiano mai anticipato i tempi in fatto di design, e cosa ci abbiano detto delle nostre case

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Come il vestito della sposa il giorno delle nozze, la scenografia è una delle sorprese più attese del festival di Sanremo.

A pochi giorni dall’inizio della kermesse canora, la scenografa Emanuela Trixie Zitkowsky ha rivelato che l’allestimento di Sanremo 68 sarà ispirato alla “città del futuro”.

Così qui a Elledecor ci siamo chiesti: il festival di Sanremo è mai stato capace di predire il futuro in fatto di design d’interni? In che misura gli allestimenti del festival hanno anticipato il gusto degli italiani negli arredi? Da Nilla Pizzi ad Arisa, da Nunzio Filogamo a Claudio Baglioni, come sono cambiati il palco dell’Ariston e le nostre case?

Per rispondere abbiamo deciso di ripercorrere insieme a voi alcune tappe fondamentali dell’arte scenografica sanremese, con l’aiuto del saggio di Valeria Serpi Le scenografie del festival (Quaderni dell’Ariston). Il sospetto è che le scenografie di Sanremo, talvolta bellissime e firmate da grandi artisti, più che anticipare i tempi li abbiano documentati pazientemente, spesso (ma non sempre) in ritardo, in una digestione lenta, collettiva e tutta nazional-popolare delle novità. Pronti a partire? 

Cominciamo dall'atteso arrivo del festival di Sanremo 2018. Non è la prima volta che le scenografie sono affidate alla Zitkowsky: nel 2014 Emanuela aveva trasformato l’Ariston in un palazzo del '700 semi-abbandonato, metafora del paese tratta da La grande bellezza. Per il Sanremo di Baglioni, la ex scenografa del Grande Fratello ha scelto un’altra direzione: una “scenografia pensata come un auditorium” e “concepita prospetticamente per espandersi nel Teatro Ariston”. “Maglie larghe in acciaio – quasi vie – costruiscono un legame con l’esterno attraverso percorsi di luce. Il bianco trionfa: purezza dell’arte”, ha spiegato. “Mille metri quadrati di video e di luce trasformano il tempio immacolato in una tavolozza dai mille colori. Un sipario progettato in quattro lame scende e preserva gli spazi preannunciando nuove visioni attraverso le sue 4.870 lampadine a goccia che richiamano il passato ma custodiscono nel nucleo nuove tecnologie proiettate nel futuro”.

Gli anni 50. 

Nella “preistoria radiofonica” del festival della canzone italiana (1951-1954), le scenografie sono semplici decorazioni per quella che era poco più di una cena di gala. Nilla Pizzi e Claudio Villa cantano su palchi ricchi di piante, fiori del luogo e tessuti: gli addobbi sono opera di Lorenzo Musso, impiegato del Casinò Municipale dove la gara si svolgerà fino al 1976. Sullo sfondo, pannelli dipinti con scene contemporanee danno l’illusione della profondità. Nel 55 arriva finalmente la tv, per questo nel 1957 la scena si fa più interessante emulando le “stanze a tenda” della Francia napoleonica, con lunghi drappi alle spalle dei cantanti e una riproduzione in scala dell’edificio liberty dello stesso casinò. Di questi anni è l’immensa scritta “RAI” sul boccascena. 

Quello di Grazie dei fiori è un paese umile ma ottimista, come gli interni delle case italiane negli anni 50, investite dal boom economico. L’industria bellica si converte in civile e arrivano mobili in giunco, plastica e gommapiuma, più pratici e funzionali. Spadroneggia anche il design danese di arredi in teak e betulla, squadrati e con piedini alti. Le parole d’ordine sono comfort e modularità. Entrano in casa anche i frigoriferi, i televisori, la plastica (un italiano inventa il Moplen nel 1954). È l’epoca di designer come Giò Ponti, Marco Zanuso, Franco Albini, Bruno Munari, i fratelli Castiglioni. Il loro scopo: soddisfare i bisogni della famiglia moderna.

 

Gli anni 60.

Dall’elezione di Kennedy allo sbarco sulla luna, il decennio corre veloce e il festival prova a stargli dietro con la sua flemma istituzionale. Nel 1964 arriva l’iconica scala centrale, ma su tutte svetta la scenografia di Sanremo 1967: le linee di fuga sul palco convergono verso il fondale, con una precisione Kubrickiana. Lo sfondo è decorato con pannelli forati che filtrano le luci attraverso motivi geometrici: è il trionfo dell’optical, della Pop Art e della psichedelia. Mike Bongiorno è alla sua quinta conduzione consecutiva, ma siamo anche nell’anno della morte di Tenco e del debutto autoriale di un certo Lucio Battisti. Le coriste sono ancora un gradino più in basso dei cantanti uomini, ma cosa accade nelle case degli italiani?

Sono già invasi dalla plastica. Le sedute riflettono rapporti sempre più informali: ne è emblema la poltrona Sacco di Zanotta. Ma è anche l’era dell’iconica lampada Flos dei fratelli Castiglioni. Nelle cucine arrivano le sedie in plastica colorata, i tavoli in formica, mentre i bagni si rivestono di piastrelle dalle fantasie geometriche e colorate: proprio come il fondale moderno di Sanremo 1967. E più nazional-popolare del bagno di casa, davvero, non si può. 

 

Gli anni 70.

I giovani, più che da Sanremo, sono conquistati dai cantautori impegnati e dal controfestival di Dario Fo. Urge un cambiamento: nel 77 il festival si sposta al Teatro Ariston e dice addio al bianco e nero. A celebrare il colore con forti contrasti cromatici sono gli scenografi Anelli Monti Milos e Rino Ceriolo. Nel 1979 Gianfrancesco Ramacci realizza uno sfondo decò-liberty, bianco con delle grandi “s” variopinte. File di lampadine “cabuchons” decorano la scena in stile Luna Park. Il risultato è floreale, anche se l’era dei figli dei fiori è già finita: anche in questo caso Sanremo non precorre, piuttosto certifica con fiero ritardo.

I motivi floreali invadono anche le case degli italiani negli anni 70, che si rivestono di carte da parati. Sono anni di tonalità azzardate come il giallo senape e il marrone. Nelle zone living entrano grandi poltrone in pelle e arredi lucidi, talvolta bombati, dalle linee pulite e con inserti in vetro. Le cucine sono ormai territorio per elettrodomestici e tavoli in legno verde, giallo, arancione. Anche nelle stanze da letto dominano pattern floreali, su copriletti, biancheria e cuscini. Nelle case entrano prodotti high-tec. 

 

Gli anni 80.

Il mondo brulica di yuppies narcisisti pronti a fare carriera. Lo scenografo Enzo Somigli (1981-1984) porta all’Ariston atmosfere disco con grandi specchi che esaltano l’ego e scalinate luminose ed eccessive: metafore dell’ambitissima scalata sociale. Nel1985 Luigi Dell’Aglio fa scendere le scale “dallo spazio” attraverso portali di neon blu e trasforma il palco in una tastiera da computer (dopo 8 anni, Sanremo sembra accorgersi di Guerre Stellari). Nel 1987 la scala fagocita l’intero palco, col debutto del grande Gaetano Castelli alle scenografie: è l’anno di Si può dare di più del trio Morandi-Tozzi-Ruggeri. 

Anche le abitazioni italiane scoprono l’esistenza dello “spazio”: salotti e soggiorni si fanno “open-space” e comunicano con le cucine. Il design segue a ruota l’abbattimento dei confini, si veda lo schiaccianoci scoiattolo di Giovannoni per Alessi, buono per cucina e soggiorno. Se tutto è open, nascono gli “angoli” per l’home entertainment: l’angolo tv e l’angolo stereo. I tavolini diventano bassi e riportano geometrie spaziali. Nelle sedute è un trionfo di proposte dal design vistoso. Cadono i confini anche tra le culture: i pavimenti si coprono di tappeti persiani poco pratici e di pezzi d’artigianato africano. Ultima barriera: il muro di Berlino.

 

Gli anni 90.

Regna quasi incontrastato Pippo Baudo. Gaetano Castelli porta a Sanremo grandi idee art-decò, come la vetrata colorata e floreale di Sanremo 1992, che sembra trasformare l’Ariston in un bistrò, o l’enorme mazzo di fiori che fa da sfondo nel 1994. Per Sanremo 1997, Chiambretti scende alato come un cherubino dal cielo dipinto da Armando Nobili, dentro a un boccascena curvo, a fasce, con inserti di neon.

I palchi si complicano, ma le abitazioni si semplificano: il muro è caduto, diminuiscono gli eccessi. Passa la sbornia del decennio precedente, ma continua la tendenza all’open space. Ritorna l’arte povera, mentre la cucina diventa più centrale e vira verso il bianco. Il salotto ospita divani sempre più grandi per guardare televisori sempre più piatti. La ricerca nelle scene sembra imbarocchita, postmoderna, scollata da una realtà sfuggente.

 

Il nuovo millennio.

Nel 2006 il premio Oscar Dante Ferretti trasforma l’Ariston in un palco scuro con illuminazioni in stile Broadway. Teatrale, semplice ed essenziale per fare spazio alla musica. Come se Sanremo - tsé - fosse un fatto solo musicale: e infatti il pubblico tentenna. Ma le edizioni degli anni duemila vedono quasi incontrastato il dominio di Gaetano Castelli: nel 2007 egli osa davvero con gli effetti speciali e la tecnologia, concependo scene che cambiano da brano a brano. Nel 2009 - conduzione Bonolis - la scenografia è un trionfo di colori e prospettive, con ledwall mobili alti 7 metri, che creano sfavillanti effetti grafici. Nel 2010, per i 60 anni del festival, lo scenografo mette in scena un ascensore in vetro per Antonella Clerici, mentre nel 2011, per l’edizione di Morandi, fa sparire dal palco la storica scalinata. Nel 2012, Castelli si ritira dopo aver fatto la storia del festival con 17 scenografie all’attivo. Nel 2013 è l’ora dello sfondo barocco di Francesca Montinaro, e l’anno dopo debutta Emanuela Trixie Zitkowsky.

È la fine di un’epoca, nelle case è arrivato Spotify e un esercito di aggeggi tecnologici che, ormai, abitiamo più delle nostre case. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


di Roberto Fiandaca / 4 Febbraio 2018

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