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La Fondazione Prada porta 11 installazioni nelle strade di Exarcheia, il quartiere anarchico di Atene

Driftwood, or how we surfaced through currents racconta con il lavoro di 11 artisti il movimento dei popoli e la circolazione dei capitali

La Fondazione Prada ha un certo fiuto per la periferia, e forse ne è anche piuttosto affascinata: dopo la scelta di aprire la sede milanese nel quartiere Vigentino (quartiere operaio, poi multietnico, ora in piena rinascita), arriva la mostra site specific ad Exarcheia, il quartiere “anarchico” di Atene nato negli anni Settanta con l’inaugurazione del Politecnico, fulcro delle proteste scoppiate in Grecia negli ultimi anni e quartier generale di studenti, intellettuali e politici. Un “quartiere isola” fatto di piccole stradine, dove nascono collettivi, gruppi universitari e movimenti di protesta, ma anche iniziative sociali come l’Hotel City Plaza, albergo abbandonato trasformato in rifugio per persone provenienti da Syria, Iraq, Pakistan, Iran e Afghanistan, con tanto di sito web per sostenere il progetto e pagare una stanza ai rifugiati.

Dopotutto, quale contesto migliore per una mostra di street art se non un posto in cui i graffiti ricoprono quasi ogni centimetro di muro, raccontando il clima e lo spirito di questo quartiere segreto di Atene? Ma la mostra Driftwood, or how we surfaced through currents”, concepita dalla curatrice belga Evelyn Simons (1989) con il supporto della project coordinator Ilektra Kalaitzaki (uno dei tre progetti vincitori ex-aequo di “Curate Award”, un concorso internazionale promosso dalla Fondazione Prada e da Qatar Museums per valorizzare nuovi talenti nell’ambito della pratica curatoriale e l’apertura di prospettive inedite nella concezione di eventi espositivi) si lega a Exarcheia anche nella scelta delle tematiche: il movimento dei popoli, la circolazione dei capitali e le modalità in cui questi flussi costanti sono organizzati, sistematizzati, controllati e contestati.

11 artisti si rapportano a questi temi intervenendo nelle strade del quartiere, negli spazi di un caffé tradizionale,  di un garage, di cartelloni pubblicitari e di negozi vuoti, e usando la pubblicità e il marketing come strumenti capaci di mascherare lo sfruttamento messo in atto dai processi di produzione globalizzati, l’etica del lavoro, la nozione di casa come costruzione personale o collettiva, i limiti strutturali del movimento e del pensiero umani, l’identità culturale imposta o autodeterminata e le pratiche legate alla costruzione comunitaria. 

Spiega Simons: “Oggi apparentemente siamo parte di un sistema caratterizzato dalla disparità tra la spinta alla circolazione senza freni di capitali, beni di consumo, risorse ed altre forze materiali da un lato, e dall’altro dalla presenza di barriere e restrizioni imposte alla circolazione delle persone. Ci si trova pertanto privati di un diritto fondamentale, il poter rivendicare l’appartenenza al destino intrapreso dalla nostra società. Oltre a questo, le politiche supponenti con cui controlliamo e distribuiamo i diritti degli altri, ci porta a riconsiderare questioni come la generosità e la solidarietà. A chi, o meglio, a cosa garantiamo le libertà che reclamiamo per noi stessi?”. 

www.fondazioneprada.org

 

 

 


di Carlotta Marelli / 20 Giugno 2017
tags:

mostre , Atene

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