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Fear and Love, la prima mostra del nuovo London Design Museum

Dalla paura della Brexit al desiderio sessuale, il design risponde alle pulsioni del mondo contemporaneo

Il design non riguarda solo gli oggetti della nostra vita, bensì la vita stessa, con le sue paure e le sue passioni, sostiene a gran voce il concept della prima temporanea del nuovo London Design Museum. Denominata Fear and Love - reactions to a complex world, apre al pubblico il 24 novembre 2016 in Kensington High Street a Londra.

L’installazione al nuovo London Museum ha tutta l’aria di rappresentare il manifesto programmatico di uno spazio che, se da un lato mira a consolidare la cultura del design e dell’architettura nel Regno Unito, intende dall’altro sfidare la comunità creativa internazionale, proponendosi come un laboratorio multidisciplinare per assorbire e indagare i cambiamenti del mondo.

Ma cos’è il design oggi se non è più - solo - la progettazione di un prodotto industriale? Come reagisce ai problemi della contemporaneità? A rispondere sono undici designer e architetti internazionali, caratterizzati da un approccio speculativo, che presentano in mostra opere provocatorie, a metà tra arte, comunicazione e progetto.

Il viaggio tra le paure e gli amori dell’umanità, raccontato tramite il design, comincia dalle inospitali lande della Mongolia, da cui i nomadi stanno migrando per abbracciare una vita più urbana. La ‘City of Nomads’ progettata dallo gruppo di ricerca Hong Kong-based Rural Urban Framework presenta i tradizionali ‘yurta’ mongoli adattati alle esigenze della vita moderna.

L’approccio è inverso per la designer cinese Ma Ke, che firma ‘Useless’, una collezione di abiti slow-fashion profondamente connessa alle tradizioni rurali del suo paese, in controtendenza rispetto alla velocità del consumismo e della moda istantanea.

Si esplorano inoltre temi sociali, come la vita delle giovani generazioni in un quartiere disagiato di Bogota con l’installazione ‘Potocinema’ del collettivo attivista Arquitectura Expandida; temi ambientali, come nell’opera ‘Love Letter to Sea Shepherd’ contro la caccia alle balene del graphic designer olandese Metahaven, che invita a riflettere sull’esistenza di intelligenze alternative alla nostra, oppure nel lavoro di Christien Meindertsma sul riciclo dei tessuti; ed è trattato anche il tema dell’alimentazione nell’installazione ‘Staples’, del graphic designer e art director di Muji Kenya Hara, che esplora la menzogna del cibo consumato ogni giorno.

Ma è la parte centrale la più attesa della mostra, ovvero quella incentrata su una delle paure che tormentano i sonni degli inglesi dallo scorso 23 giugno 2016, giorno del referendum sulla Brexit. Si chiama ‘The Pan-European Living Room’ e appare al visitatore come un atipico salottino, arredato con un mix eterogeneo di pezzi di design e delimitato da una tenda a listelli verticali di colori diversi, che ricordano uno sgargiante barcode. Osservando bene, ci si accorge che una delle bandiere della tenda è drammaticamente adagiata per terra, lasciando un vuoto evocativo sulla parete, mentre i pezzi d’arredo vengono riconosciuti a uno a uno come icone di design provenienti dai 28 Paesi membri dell’Unione. A cura di OMA, lo studio di architettura fondato da Rem Koolhaas, l’installazione fa da ideale portavoce della comunità internazionale di design.

Altrettanto scenografica la vicina presenza di ‘Mimus’, una creatura meccanica ad opera della designer di Pittsburgh Madeline Gannon, in grado di rispondere alla presenza umana attraverso un dialogo dinamico. Questo gigante di 1200 kg anima la sala inseguendo con il suo sguardo robotico chi gli passa vicino e alternando momenti di gioco, riflessione o riposo.

Non potevano mancare anche lavori che speculano sull’interferenza delle nuove tecnologie sulla gestione dei rapporti umani. Tra questi c’è ‘Intimate Strangers’, di Andrés Jaque, che si interroga su come la ricerca di sesso e amore tramite i social media stia cambiando il modo di vivere la città, i nostri corpi e la nostra identità. Oppure ‘Room Tone’, del fashion designer Hussein Chalayan, che ha progettato un dispositivo capace di decodificare le emozioni - tra ansia, paura del terrorismo, desiderio sessuale - di chi lo indossa.

A conclusione del percorso, le maschere ‘Vespers’ di Neri Oxman affrontano la paura per eccellenza, immaginando una trasformazione del corpo umano post mortem tramite tecnologia di stampa 3D.

http://designmuseum.org

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di Laura Ghisellini / 23 Novembre 2016

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