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Elle Decor Italia

Alla Triennale di Milano 999 domande sull’abitare, e le risposte?

Intervista, anche provocatoria, a Stefano Mirti, curatore della mostra da lui definita post-autoriale

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Nuphap Aunyanuphap / IdLab

999. Una collezione di domande sull’abitare contemporaneo è la nuova grande mostra della Triennale di Milano di scena fino al 2 aprile. L'esposizione è un pozzo inesauribile di stimoli, un mix di progetti, dimostrazioni, partner, sotto-curatori, riflessioni e laboratori. Sulla casa, ma non solo, anzi. 

L’abbiamo visitata, anche tornandoci più volte in questi primi giorni di apertura, per cercare di afferrarla e raccontarla, spinti dalla curiosità di conoscerne tutti i tasselli e anche dalla difficoltà e disagio di capirla e apprezzarla, nella sua complessità, ricchezza e instancabile divenire. Abbiamo avuto l’opportunità di parlarne, e di esprimere anche dubbi e scetticismo, con chi l’ha ideata e curata: Stefano Mirti.

Foto di: Nuphap Aunyanuphap / IdLab

La mostra 999 mi ha preso all’amo, mi ha intrigata, sono qui per la terza volta in 10 giorni, ma sono anche molto confusa e scettica. Partiamo dall’inizio per avere il quadro della situazione: come è nato il tutto?

La Triennale, un anno e mezzo fa, mi ha chiesto di pensare a una mostra coinvolgente, divertente, per tutti, accessibile al grande pubblico. Una mostra da architetti per non architetti.

Il tema indicato?

Doveva essere sull’abitare, sull’innovazione dell’abitare. E dal mio punto di vista l’innovazione corre su tre assi. Tecnologico: abbiamo cose che prima non avevamo, il Wi-Fi banalmente. E il tema del Costume: i miei genitori non si sarebbero mai sognati di affittare una stanza a uno sconosciuto e ancora meno di andare loro in affitto a casa di qualcun altro, e adesso non solo tutti noi usiamo Airbnb ma anche i miei genitori!

E il terzo asse?

La Società: a Milano abbiamo 300/400 mila single, la casa è sempre stata funzione di famiglia, ma se cambia la famiglia cambia la casa. Queste tre cose insieme vanno a ridefinire come abitiamo.

Stefano Mirti, ideatore e curatore di "999. Una collezione di domande sull'abitare contemporaneo". Foto di: Nuphap Aunyanuphap / IdLab

Da questo punto di partenza ci porti a un risultato che sfugge a ogni definizione, quasi una fiera, un co-working, anche con la presenza di molti partner e sponsor.

Hai ragione: la mostra è una fiera, un festival, è evidente il modello, tutti noi nella vita siamo andati almeno una volta alla festa di paese, alla festa dell’Unità e sicuramente c’è un po’ questa sensazione. La mostra non vuole essere esaustiva né compilativa, ma un grande racconto, con più soggetti coinvolti, dove ognuno porta una propria idea, un aspetto su cui sta lavorando legato all’abitare. E non è una mostra sulla casa del futuro perché viviamo già nel futuro.

Parli di più soggetti…

Sì, ho invitato una serie di persone che poi a loro volta ne hanno invitate altre. Ho chiesto loro: “Che cosa avresti da dire sul tema della casa?”. E ognuno ha portato e raccontato qualcosa, chi la PlayStation, chi gli homeless, chi la stanza dell’anima…

Foto di: Nuphap Aunyanuphap / IdLab

Dunque il tuo ruolo quale è stato e qual è?

Sono un po’ un abilitatore. Non sono un selezionatore o un curatore classico. Non ho dato delle regole di stile ma di metodo.  

E quali sono queste regole di metodo?

Di presentare un'idea coinvolgente, interattiva, con la massima libertà.

Ed è il primo caso del genere, o c’è qualche precedente simile?

Ma sì, nessuno inventa mai nulla, sarei in grado di darti tutta una serie di riferimenti: per esempio Rirkrit Tiravanija, artista tailandese, che ha fatto una grande mostra a New York dove il pubblico cucinava il piatto Tom Kha senza sapere come. I libri e i pensieri di Nicolas Bourriaud sull’estetica e l’arte relazionale, il tema della post-production… Poi siamo a Milano, dove durante il Salone del Mobile qualcosa di molto simile succede in tutta la città una settimana all’anno. Da qui, anche, l’idea di trasferire questo in Triennale per tre mesi. Dunque non mi sentirei di dire che ho inventato qualcosa, semplicemente ho provato a sperimentare cose che normalmente non accadono in Triennale. A partire dal catalogo, una brochure che crei e rileghi tu, per finire al biglietto che costa 9 euro e si può tornare quando si vuole con 2 euro in più.

Questa mostra è anche un luogo dove ognuno promuove un po’ di sé e del proprio prodotto, dove sono presenti anche molti partner e sponsor come Edison– che firma una grande installazione all'ingresso del percorso espositivo, cuore concettuale dell'intero allestimento in un momento in cui gli spazi sono disegnati e progettati a partire da una sola tecnologia abilitante e imprescindibile: l’energia –, Caimi Brevetti, FontaArte…

La mostra è fondata anche su questo: come dicevamo prima, ognuno deve raccontare delle storie, e fa di tutto per raccontarle al meglio, magari sovra-avanzando su quello a fianco. C'è una competizione che secondo me è molto divertente e rappresenta la contemporaneità.

Le 999 domande con installazione LED. Foto di: Nuphap Aunyanuphap / IdLab

L'installazione LED in collaborazione con Edison che apre la mostra. Foto di: Nuphap Aunyanuphap / IdLab

In mostra però non ci sono 999 progetti, giusto?

Esatto, 999 sono le domande, alcune fatte da noi e altre raccolte via via dal pubblico.

Perché proprio 999?

Perché viviamo in un mondo in cui le domande sono incredibilmente frammentate e a ognuno interessa qualcosa di diverso. E poi perché funziona, si presta bene per i social.

E nessuno mai risponderà a quelle 999 domande?

Mai. Assolutamente no! Viviamo in un momento in cui le risposte sono irrilevanti.

La stanza dei giochi. Foto di: Nuphap Aunyanuphap / IdLab

Girando per la mostra si ha l'impressione che sia impossibile vedere e capire tutto.

Questa è la contemporaneità. Se avessimo voluto fare una mostra diversa, avremmo scelto anche un titolo più comprensibile. E invece no: 999 domande. E speriamo che, come visitatrice, te ne siano venute altre. 

Lo spazio laboratorio micro-factory di Dotdotdot. Foto di: Nuphap Aunyanuphap / IdLab

Parli spesso di contemporaneità. Ma quindi questa contemporaneità cos’è?

È Blade Runner, un misto di passato, presente e futuro. Vedi quelle persone lì chinate? Sono i docenti della Scuola di Arte Applicata del Castello che stanno dipingendo un affresco, l’omaggio a Curzio Malaparte e Adalberto Libera della villa a Capri, un trompe-l'œil. E poi abbiamo quel signore che ha creato una realtà virtuale incredibile. Affreschi e realtà virtuale. Io tutti i giorni mi sveglio, e ho i giornali cartacei che chiamano la mia attenzione, ma poi c’è il telefonino, poi il computer, poi Netflix: sono circondato da cose che vorrebbero acchiapparmi, far sì che io ci caschi dentro e passi tempo con loro. La stessa cosa è quello che succede qua: tutte queste attrazioni mi piacciono e mi divertono, ma al contempo mi inquietano. 

Luca Poncellini, sotto-curatore della mostra per il progetto "Abitare Pop" presentato dalla scuola Naba. Foto di: Nuphap Aunyanuphap / IdLab

Il progetto "Abitare Pop. Abitare, voce del verbo popolare" della scuola Naba, curato da Claudio Larcher e Luca Poncellini. Foto di: Nuphap Aunyanuphap / IdLab

Nominavi i social media. Quanto sono importanti?

Questa mostra è stata pensata proprio a partire dai social. Di solito si studia un concept e poi, se avanzano dei soldi, si lancia la pagina Web e, in caso, la pagina Facebook. Qui mi sono chiesto: che cosa è che potrebbe funzionare sui social? Perché non trovare un titolo un po’ divertente? Oggi, se si è in grado di usare i social per come devono funzionare, si possono attivare leve di potenza molto forti. 

Torniamo alle persone e istituzioni che hai chiamato e coinvolto...

Saranno una sessantina, che chiamo appunto sotto-curatori, da Spartaco Albertarelli, progettista di giochi, a scuole come il Politecnico di Milano e la Naba, fino a giovani start-up. C’è chi lavora sullo spazio, e chi sul tempo, con delle performance, per esempio come quelle della Domus Academy sul tema del cibo. Non ci sono 10 o 20 designer o architetti famosi. La mia idea è che la contemporaneità sia una tessitura fatta di aziende, multinazionali, community, attivisti, centri di ricerca, scuole, matti, Onlus, e che ognuno dia il proprio personale contributo. In questo senso la mostra può essere definita post-autoriale. 

Hai aperto un bando?

No. Ho invitato una ventina di persone che conoscevo, e ho chiesto: ma voi conoscete qualcuno? È stato un insieme generativo e un meccanismo narrativo strada facendo, che è ancora aperto.

Cosa intendi?

Questa mostra è un luogo di incontro e conversazione: in ogni momento della giornata è garantita la presenza di 10-12 sotto-curatori che raccontano, fanno qualcosa. E ogni volta che torni è sempre diverso. Questa parete per esempio il primo giorno era bianca, il giorno ultimo sarà tutta dipinta. Stamattina c’era un incontro con un fotografo, domenica  ci saranno i i laboratori per i bambini. Questo è il gioco della mostra. Nessuno, incluso me, potrà mai dire di averla vista tutta.

Foto di: Nuphap Aunyanuphap / IdLab

Non rischiano di esserci troppi stimoli?

Di nuovo, questa è la contemporaneità. Da cui tutti siamo un po’ travolti. La contemporaneità è una sorta di minestrone. È evidente che sarebbe stato molto più semplice fare metà delle cose. Ma questo affastellare è molto attuale. Certo è una mostra faticosissima, sembra divertente ma è faticosa. 

Foto di: Nuphap Aunyanuphap / IdLab

Due parole su di te Stefano?

Sono architetto, ho fatto l’architetto, poi a un certo punto sono andato in Giappone per tre anni, e lì la vita mi ha fatto scivolare verso le nuove tecnologie. Sono tornato in Italia, a Ivrea, quando Telecom Italia stava aprendo Interaction Design Institute Ivrea, e sono stato lì 5 anni. Sono anche stato responsabile di tutti i social di Expo. Se dovessi descrivere cosa so fare nella vita, direi 2 cose: so insegnare, e poi so progettare, inteso come mettere persone insieme a fare cose diverse. 

Sei soddisfatto della mostra?

Sì, ne sono felice, siamo tutti felici. È una grande festa, e grazie a questa mostra stiamo conoscendo tutti altre persone. È un ramificazione, un grande reticolo. Sta funzionando proprio come avevo immaginato, come luogo di conversazione e di scambio. Se noi ci fossimo conosciuti un anno fa, ti avrei magari invitata a partecipare. E se vuoi, puoi ancora farne parte.

Stamperia domestica di Print Club Torino. Foto di: Nuphap Aunyanuphap / IdLab


di Caterina Lunghi / 1 Febbraio 2018

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