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Dai Memphis a Stranger Things, cos'è davvero Postmoderno?

Uno dei movimenti più discussi dell'ultimo secolo visto con gli occhi di oggi: ecco cosa significa davvero, e perché oggi è così di moda

postmoderno-architettura
Getty Images

John Burgee Architects con Philip Johnson, Gerald D. Hines Waterwall Park, Houston

"Il postmodernismo è solo ciarpame o un movimento glorioso? – scrivevano nel 2016 Jane Pavitt Glenn Adamson, i due organizzatori della grande mostra sul Postmodernismo Postmodernismo. Stile e sovversione 1970-1990 allestita al Victoria & Albert Museum di Londra – Il verdetto non è ancora chiaro, ma trent'anni è la distanza giusta dalla quale esaminare la questione.

Il primo a parlarne fu il filosofo francese J.-F. Lyotard nel saggio La condition postmoderne, pubblicato nel 1979, in cui scrive che la modernità, intesa come corpo di credenze e valori che, a partire dall’Illuminismo, hanno formato la cultura occidentale, è giunta al termine. L’età postmoderna si fonda sulla presa di coscienza che questi valori non sono assoluti e sulla ricerca di risposte pragmatiche ai valori dell’uomo.

È il mondo di Blade Runner, manifesto cinematografico della postmodernità, dell’ambiguità morale, della ricerca del senso, della ricerca del futuro che trova rifugio nel passato.

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Ma non solo il cinema è influenzato da questo movimento: dalla pittura alla musica, passando per la moda, l’architettura e il design, i creativi cercano mezzi espressivi con cui rinnegare il rigido funzionalismo imposto dal movimento moderno. 

La forma segue il fiasco scrive l’architetto britannico Peter Blake nel titolo del libro in mette alla berlina dogmi dell’architettura moderna come “la forma segue la funzione”, “la pianta libera” e “la purezza del design”.

“Less is a bore” prosegue Robert Venturi, che scrive “l'architettura dovrebbe accordarsi con allusioni e simbolismi ed i suoi riferimenti dovrebbero derivare da relazioni con il contesto sociale e storico degli edifici (...) io amo la complessità e la contraddizione in architettura”. 

Se il postmodernismo in architettura trova i suoi padri soprattutto in ambito anglofono (oltre a Blake e Venturi, non possiamo non citare Philip Johnson, James Stirling, Charles Moore e Charles Jencks, architetto paesaggista autore di The language of post modern architecture, il libro che per primo inquadrò i principi della progettazione postmoderna), in Italia  – dove il dibattito architettonico fu portato avanti da progettisti come Paolo Portoghesi e Aldo Rossi – il movimento postmoderno ebbe il grande merito di ridare vigore al design.

L'allestimento della mostra dedicata a Ettore Sottsass alla Triennale di Milano. Foto © Gianluca Di Ioia

Andrea Branzi, Paolo Deganello, Michele De Lucchi, Alessandro Guerriero con il gruppo Alchimia, Alessandro Mendini, Ettore Sottsass e il gruppo Memphis, reduci dell’avanguardia radicale in cui si opponevano al capitalismo, trovarono una strada italiana all’approccio postmoderno che, a differenza di quella americana che cercava i propri riferimenti nel classico e nel neoclassico, guarda alle avanguardie, dal futurismo al Bauhaus.

Il design postmoderno italiano abbraccia la produzione industriale e la produzione per un pubblico di massa, indaga il colore, la decorazione, i tessuti e la luce degli oggetti, fino a sposare la causa del kitsch e disegnare un mondo dove tutto è possibile, utopico e sovversivo, ma anche ironico e leggero. “Era una leggerezza che nasceva dal superamento del classicismo e del bel designdi Magistretti e Castiglioni. Con il Postmoderno è insomma cambiata l'idea che esistesse un'unica strada per cambiare, che la novità fosse insomma a senso unico” spiegava Mendini in occasione della mostra.

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Oggi, le mostre dedicate ad Ettore Sottssas, il remake di Blade Runner, serie tv come Stranger Things che omaggiano il filone sci-fi degli anni ’80 e si interrogano su quale sia il mondo reale e quello artificiale: forse è vero che, come affermano i curatori della mostra "il postmodernismo è crollato, schiacciato dal peso del suo stesso successo”, ma qualcosa indica che l’abbiamo assorbito, con le sue provocazioni e le sue sfide. E siamo tutti postmoderni.

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di Carlotta Marelli / 6 Novembre 2017

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