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Cosa succede nella performance di Taryn Simon al Park Armory di OMA

A New York pochissimi giorni ancora per lo strano viaggio tra i lamenti funebri circondati da enormi colonne di cemento

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Taryn Simon cambia il modo di vedere e vivere gli spazi del Park Armory, firmato OMA, con una performance sui lamenti funebri 

Con Taryn Simon il Park Armory di New York, firmato OMA, diventa spazio esoterico in un viaggio tra architettura e antropologia con una performance sui lamenti funebri che fa venire i brividi, cambiando radicalmente il modo di vedere e vivere gli spazi (fino al 25 settembre).

Un senso di disorientamento accompagna il visitatore dall’inizio alla fine dello spettacolo. Si entra dalle scale di servizio della drill hall per ritrovarsi su un balcone: di fronte un’installazione monumentale e la stessa sensazione di grandezza che si prova davanti a un’arena del teatro greco.

Undici colonne monumentali di 14 metri si ergono nel centro dell’iconica sala del Park Armory in un gioco simmetrico di volumi, luci, ombre: gigantesche canne di un’orchestra che delineano lo spazio nella perfetta armonia scultorea di un semicerchio. Il visitatore e’ invitato a scendere le scale all’inizio della performance e deve decidere, un po’ sconcertato, se entrate nelle colonne con porte trapezoidali di dimensioni cavernicole (al di la’ del quale si aprono mondi, antichi rituali della cultura popolare) o rimanere fuori ad ascoltare l’intera cacofonia del lamento funebre eseguito da trenta professionisti della tradizione popolare di undici culture diverse.

Una ricerca sull’antropologia del lutto che da tempo impegna l’artista e fotografa americana allo scopo di individuare un archetipo comune al rituale funebre del cordoglio e delle sue varie manifestazioni. Un percorso emozionale tra architettura e significato antropologico in una struttura che vuole ricordare ciò che non c’e’ più e che appartiene a un passato lontano, ma anche a un futuro sconosciuto: “l’artista aveva una forte immagine di queste strutture monolitiche, ognuna doveva contenere un rito proveniente da una diversa cultura”, sostiene Shigematsu di OMA. “Le dimensioni all’interno sono intenzionalmente intime per creare un rapporto ravvicinato con lo spettatore”.

Il peso del volume di cemento, le entrate trapezoidali, la luce grigia e il vuoto della struttura ricorda la precarietà della condizione umana davanti alla perdita. “Ho voluto mettere in scena concettualmente la linea di confine tra passato e futuro, autenticità e performance, la vita e la morte”, sostiene Simon. Con lo stesso impeto d’improvvisazione con cui la performance inizia così finisce e la porta del garage si apre sulla Lexington Avenue per ritornare alla realtà.

www.armoryonpark.org

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di Monica London / 23 Settembre 2016

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