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Elle Decor Italia

Alla mostra di Alcantara a Palazzo Reale abbiamo visto un re

Massimo Torrigiani e Davide Quadrio coinvolgono 9 artisti per reinterpretare le stanze dell'Appartamento del Principe

Un materiale, 2 curatori, 9 artisti e uno degli spazi espositivi più belli di Milano. Sono gli ingredienti di Ho Visto un Re, la mostra promossa e prodotta dal Comune di Milano e da Alcantara nelle stanze dell'Appartamento del Principe di Palazzo Reale.

Siamo andati a visitarla, perdendoci tra re e regine, fanti e guardie reali, reale e fantastico, possibilità espressive e interpretazioni di uno spazio domestico che raramente è stato abitato, e abbiamo incontrato i due curatori, Massimo Torrigiani e Davide Quadrio, per farci raccontare i retroscena di questa operazione culturale che si muove tra arte, architettura e design e si propone come un “progetto di ricerca e sviluppo” per l'azienda.

Ho Visto un Re è una mostra site-specific allestita all'interno dell'Appartamento del Principe a Palazzo Reale. Come è nato il concept?
Davide Quadrio: Abbiamo esposto gli artisti alla situazione in modo molto aperto. Da qui, progressivamente, abbiamo svolto un lavoro editoriale: all'inizio pensavamo di lavorare con un artista o un architetto che creasse una superficie unica e poi fare in modo che venisse abitata dagli altri. Invece non ce ne è stato bisogno: da una parte il materiale unico è stato fondamentale come mezzo di proiezione, dall'altra gli artisti hanno creato una narrativa concatenata. L'altro aspetto molto bello sono gli scarti – che trovo estremamente contemporanei – tra designer, fashion designer, architetti, visual artist e sound artist, che si inseriscono in un progetto in maniera naturale, fluida e sensata.
Massimo Torrigiani: La mostra è nata seguendo due binari fondamentali, che ci siamo posti come le due regole fondamentali di tutto il progetto: il materiale e lo spazio. Uno spazio con una storia da raccontare, una sequenza di stanze da riabitare e con cui interagire in modo che non fosse 'la splendida cornice' della mostra ma parte stessa del progetto, 'spirito' e 'luogo'. Noi abbiamo messo a fuoco questo tema e da lì, in maniera quasi spontanea, è nato il titolo.

...che è una canzone di Jannacci…
M.T.: In realtà è una canzone di Dario Fo, poi portata al successo da Enzo Jannacci nel 1968. è un titolo che si è presentato da solo, senza particolari sforzi intellettuali: un giorno mi sono svegliato e...ho visto un re!

Matthew Herbert ha chiesto a operai, impiegati e dirigenti di Alcantara di parlare delle loro vite; Arthur Arbesser e Gentucca Bini hanno disegnato i costumi per le performance di Adrian Wong & Shane Aspergren; Maurizio Anzeri e Bini hanno interpretato la sala d'ingresso,; Paola Besana ha ricreato un nido domestico; Francesco Simeti ha portato il teatro; Taisuke Koyama ha lavorato col macro. Un gruppo di artisti provenienti da mondi e discipline diversi che intreccia le proprie esperienze in una narrazione armonica e continua: quale è stato il criterio di selezione?
M.T.: Riflettendo sul doppio binario a cui accennavo prima abbiamo pensato ad artisti che fossero adatti a sviluppare un progetto del genere e che fossero soprattutto persone sufficientemente aperte, curiose e disponibili, portate alla sperimentazione e alla ricerca, da accogliere questo invito. Poi ovviamente abbiamo tenuto presente anche una varietà di campi disciplinari, d'azione e di lavoro: tra loro c'è Taisuke Koyama, giapponese che lavora soprattutto con la fotografia e col macro, con cui era interessante esplorare da vicino il materiale; da Arbesser ci aspettavamo qualcosa di strambo, relativo sempre agli abiti ma in maniera trasformata; abbiamo pensato anche a Matthew Herbert che è un musicista. Oltre a queste due linee ce n'è una terza, quella più segreta, che è la scelta di lavorare con persone che piacciono.

C'è un punto di contatto tra le diverse installazioni?
M.T.:C'è una certa linearità, semplicità e comprensibilità della mostra nel suo insieme. L'idea dell'interpretazione dell'Appartamento del Principe – re, regine, fanti e favole – lega tutto. Poi ci sono punte più astratte e concettuali come l'opera di Kuyama, oppure altre più letterali come quella di Arbesser che racconta in due gesti il Principe Ranocchio e il Re Nudo, ma il filo conduttore resta la risposta al luogo e al materiale.

Ho Visto un Re è anche un progetto di comunicazione, nata per raccontare le possibilità espressive di questo materiale. Questo ha cambiato l'approccio alla curatela rispetto ad una mostra tradizionale?
M.T.:Quando ci è stato chiesto di lavorare a questo progetto, la cosa che più ci ha interessato è stato il fatto che Alcantara – al contrario di tante aziende che si comunicano attraverso iniziative culturali d'arte – non fa prodotti diversi con valori che possono essere interpretati in maniera varia o vaga, ma produce un solo materiale, al quale applica tutta la ricerca possibile. A noi interessava innestare in questi processi già presenti in Alcantara il lavoro di artisti e creativi perché diventasse un'operazione di ricerca e sviluppo dell'azienda, che potesse avere sviluppi ulteriori, magari in nuove stampe.

Avete assegnato voi ad ogni artista la sua stanza oppure ciascuno si è scelto il proprio spazio?
D.Q.: L'azienda ha voluto che l'artista vedesse due cose: il posto dove sarebbe stata allestita la mostra e la fabbrica. Gli artisti che abbiamo scelto hanno reagito con entusiasmo alla visita aziendale: i macchinari e i sistemi produttivi hanno innescato subito una serie di idee. Quello che speravamo, e che poi è successo, è che vedendo lo spazio si sarebbero affezionati al luogo e che avrebbero trovato il proprio modo di interagire con esso e tra di loro.

fino al 23 ottobre 2016
Ho visto un re
Palazzo Reale
Piazza Duomo 12, Milano

 

www.alcantara.com

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di Carlotta Marelli / 20 Settembre 2016

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