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Come vivremo nel futuro? L’architettura di domani secondo il guru Winy Maas

Un libro, firmato Why Factory, racconta come sarà possibile modellare e adattare lo spazio intorno a noi grazie alle nanotecnologie

Il futuro dell'architettura in un libro. Il titolo? Barba: vita in un ambiente completamente adattabile. Non poteva che prendere spunto dai personaggi blobbosi degli anni settanta della famiglia più colorata e morbida che il mondo dei cartoni animati abbia mai concepito - nati dalla matita di Talus Taylor e Annette Tison -, l'ultima fatica del collettivo The Why Factory, guidato dall'olandese Winy Maas.

La loro caratteristica principale? Assumere tutte le forme immaginabili, trasformandosi in utensili, mobili o veri e propri elementi architettonici, come scale, porte o intere stanze. Come i Barbapapà così anche il modello di architettura adattabile proposto nel volume appena pubblicato da NAI, è capace di ottimizzare l’esigenza di spazio di ciascuno di noi, modificandosi nelle dimensioni e nella morfologia per adattarsi ai diversi bisogni che quotidianamente scandiscono le nostre vite.

Il lavoro di ricerca che ha visto coinvolti per cinque anni, docenti, ricercatori e studenti provenienti dalla scuola politecnica di Delft, ETH Zürich e dall’ European Institute of Innovation and Technology, nasce da una domanda semplice ma cruciale: quanto spazio utilizziamo effettivamente all’interno delle architetture che abitiamo ogni giorno? Rispetto alla nostra casa, ad esempio, ci sono stanze come il bagno o la cucina che vengono usate per pochi minuti, mentre in altre, come la camera da letto, tendiamo a occupare esclusivamente la superficie del letto stesso, relegando lo spazio circostante a puro contenitore sterile. Se poi il ragionamento si allarga dalla casa alla città, gli autori ci ricordano come interi edifici o quartieri, dedicati ad esempio al business o allo sport, rimangano vuoti e quindi inutilizzati per gran parte della giornata se non dell’intera settimana.

A partire dalle forme morbide e adattabili dei personaggi di Barbapapà, il team di Why Factory indaga i settori più avanzati della tecnologia applicata all’architettura per immaginare un sistema spaziale in continua trasformazione, che sia allo stesso tempo struttura, servizi impiantistici e linguaggio. Uno spazio membrana, capace di aderire al nostro corpo come una seconda pelle mentre dormiamo e dilatarsi per disegnare spazi di relazione o di svago, in funzione delle nostre abitudini e comportamenti. Un nuovo modello per l’architettura, che nasce dallo studio dei movimenti del corpo umano che grazie alle nanotecnologie potrà, in futuro, disegnare letteralmente il proprio spazio, semplicemente muovendosi e interagendo con altri corpi simultaneamente.

«Barba è qualcosa di fantastico che fa quello che desideriamo», commenta Winy Maas, docente a Delft e co-fondatore dello studio MVRDV. «È possibile programmare l'ambiente come un video game. Immaginate di svegliarvi in una villa modernista che si trasforma in un centro termale romano dopo la prima colazione. Anche le città potranno essere totalmente modificate, semplicemente facendo scomparire gli uffici appena dopo l'orario di lavoro».

Ma Barba non è solo pura speculazione ipotetica; scorrendo il libro infatti troviamo soluzioni documentate che hanno già visto diverse applicazioni nel mondo reale, esperimenti di programmazione applicata e prototipi funzionanti. Ulf Hackauf, co-autore del volume spiega: «Abbiamo iniziato questo libro con una visione, che è stata sviluppata per formare uno scenario futuro coerente e praticabile. Il risultato sono una serie di prototipi, che potrebbero costituire un primo passo per la realizzazione di un Barba reale».

Al di là della fattibilità a breve termine del modello Barba, il lavoro di ricerca di Why Factory solleva alcune questioni cruciali. Che tipo di architettura si svilupperà sotto queste nuove condizioni? Perderà il suo ruolo classico di arte dello spazio? Grazie ad una nuova capacità di adattamento, scompariranno gli architetti e sarà addirittura possibile definire un’architettura individuale? E cosa ne sarà dell’identità? In un ambiente in continua trasformazione saremo ancora in grado di definirci in quanto abitanti e appartenenti a un luogo specifico e riconoscibile?

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