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Elle Decor Italia

Le lampade di Lindsey Adelman

La designer americana produce oggetti luminosi che ricordano la natura

E’ la signora delle luci di New York, i suoi chandelier in vetro soffiato a mano, rievocano seducenti forme organiche ma sono realizzati con pezzi industriali. Parliamo di Lindsey Adelman, designer americana di base a Manhattan, che produce lampade made to order, apprezzate sia dagli amanti del design super griffato, che dai seguaci del Do It Yourself.

L’ abbiamo incontrata nella Galleria Nilufar, durante la Milano Fashion Week, dove ha presentato in anteprima l’installazione Cherry Bomb.

Portamento elegante e modi misurati, rivela subito un’innata predisposizione alla gentilezza. Gli occhi, dolcissimi, quando parla del suo lavoro, rivelano un guizzo di sicura determinazione. La stessa che l’ha condotta a capitanare con successo un team di 15 persone e una fidata rete di soffiatori di vetro, cromatori e carpentieri.

Come descriveresti il tuo lavoro e come hai iniziato?
Mi descriverei come un industrial designer. Ho iniziato subito dopo gli studi alla Rhode Island School Design. E’ lì che ho sviluppato il mio interesse per il tema della luce, che è poi diventato il centro della mia attività.

Quale è stata la tua prima fonte di ispirazione?
Sin dai primi lavori ho cercato di superare l’immagine convenzionale del lampadario e di reinterpretarne le forme attraverso l’esplorazione del mondo naturale. Dove tutto è un po’ asimmetrico e niente mai veramente perfetto. In natura puoi trovare bellezza nell’imperfezione. E’ la natura che mi ha ispirato. Osservandola ho imparato a riconoscere le qualità intrinseche di ogni materiale e ad assecondarle per esaltarne le potenzialità espressive. E’ il materiale che mi suggerisce un progetto, non ho mai cercato di forzarne le prestazioni per aderire ad un’idea.

Ti senti più designer o maker? Ci sono affinità tra i tuoi lavori e il mondo del Do It Yourself?
Sento comunque di appartenere alla categoria dei designer. Soprattutto perché non ho specifiche competenze artigianali. Mi sento più un direttore creativo, che coordina diverse figure professionali attraverso il meccanismo del confronto e dello scambio reciproco.

Però hai pubblicato un video tutorial per fare in modo che ognuno possa costruirsi da solo una tua lampada?
Mi affascina quel mondo perché in qualche modo è così che ho iniziato: giocando ad assemblare gli elementi che avevo a disposizione. E’ un incoraggiamento alla sperimentazione e all’espressione personale.

Cosa significa per te la parola design?
Ho imparato davvero cosa fosse il design durante la scuola. prima di allora non credo di avere avuto idea di cosa fosse. Ora ho capito cosa è ……….. C’è voluto un po’, ho studiato molto la storia e attraverso la pratica ho compreso il mio punto di vista. E sono arrivata a sempre più vicino a quello che è importante per me come designer. Ma se non avessi avuto le basi non avrei avuto la possibilità di esprimerle in maniera così decisa.

Qual è il tuo oggetto di design preferito?
E’ difficile sceglierne uno. Ad essere sincera cambia quasi ogni settimana….ad esempio posso dirti quello di oggi, perché ieri sono stata nella Galleria di Rossana Orlandi e ho i visto i nuovi tavoli di Piet Hein Eek fatti di milioni di cubi assemblati. Probabilmente quando sarò in volo per tornare a casa ne avrò già in mente un altro.

Come mai hai scelto il nome Cherry Bomb per l’installazione presentata nella galleria Nilufar?
È stato ispirato dalla fioritura degli alberi di ciliegio. Sono andata a Tokio per la prima volta in autunno e ho avuto modo di imparare un pò di più sulla cultura giapponese. Ho appreso che gli alberi di ciliegio fioriscono improvvisamente, con intensa bellezza ma per un breve periodo. E mi è venuta in mente la parola fuoco d’artificio, un termine molto americano, che ho usato in maniera un po’ provocatoria. Perché cherry blossom sarebbe stato troppo ovvio. Non amo giocare sul sicuro. Ma non volevo un nome troppo criptico.Volevo che nell’ascoltarlo ci fosse qualcosa di familiare e di ruvido allo stesso tempo.

Vivi e lavori a New York, com’è lavorare in Europa?
Ancora non lo so, sono nata e cresciuta a New York e la maggior parte dei miei clienti vive lì. La mia frequentazione con l’Europa è appena iniziata. Faccio il mio lavoro e poi lo spedisco. Per ora la mia esperienza si limita a questo.

I tuoi sono progetti fatti misura che presuppongono una forte relazione con i committenti, pensi che potrebbero subire degli adattamenti se dovessi lavorare più stabilmente in Europa?
Penso che a questo punto della mia carriera non mi interessi assecondare il gusto delle persone. Sono interessata a realizzare prodotti che funzionino fisicamente nello spazio, adattandosi alle diverse situazioni. Non ho il controllo su ciò che funziona o meno negli altri paesi, e probabilmente non mi interessa. So che devo seguire il mio percorso e soprattutto ho le idee chiare su ciò che voglio realizzare.


di Marco Valenti / 10 Maggio 2014

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