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Elle Decor Italia

Il design approda ad Object, una sezione del miart

La curatrice Domitilla Dardi parla delle 14 gallerie in fiera, del tema scelto e di un importante progetto da sviluppare

La fiera d’arte milanese miart (dall'8 al10 aprile 2016), presenta per il quarto anno Object: una sezione dedicata al design da collezione. Ne abbiamo parlato con Domitilla Dardi, Curatrice per il Design al Maxxi e insegnante di Storia del Design allo IED di Roma, che firma il progetto curatoriale di questa parte per l’edizione 2016.

La sezione Object risponde a un interrogativo: quali saranno i maestri di domani? Parlaci di questa scelta.
Mi sono messa in una posizione comoda e le domande le ho rivolte agli altri, ho lasciato a loro la gatta da pelare! A parte gli scherzi, formulare il quesito giusto è importante per dare un indirizzo all’esposizione e trovare un’identità. Non sapevo se i galleristi mi avrebbero seguita. Invece hanno risposto in parecchi, e in maniera molto coraggiosa. Hanno accettato di non portare il pezzo forte di per sé - una garanzia dal punto di vista del mercato -. Hanno reinterpretato tutto secondo un concetto spaziale coerente con il tema proposto.

Come è iniziata questa avventura?
Quando il direttore artistico di miart Vincenzo de Bellis e il suo vice Alessandro Rabottini mi hanno contattata, mi sono sentita un’outsider: non avevo mai incontrato prima una curatela di questo genere. Ho capito che stavano cercando uno sguardo neutro, non condizionato. Sono partita dalle mie abitudini di curatrice di mostre e ho cercato di traslarle sulla fiera, con le dovute differenze. Senza dimenticare l’importanza delle vendite.

Come hai organizzato il tuo lavoro?
Mi sono messa nei panni di un collezionista in visita. Ho cercato di rendere la sezione di design chiaramente riconoscibile e ho voluto darle un’identità forte, per differenziarla dalle tante altre fiere. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una massificazione e omologazione della proposta quasi sconfortante. Io ho scelto di gettare un ponte tra passato, presente e futuro. I maestri di domani possono essere gli sconosciuti di oggi, o designer già accreditati che stanno vivendo una riscoperta. Ma anche autori storici riletti in interni contemporanei, secondo una prassi frequente nel mondo dell’arte.

Qual è stato il ruolo dei galleristi nello sviluppare questo discorso?
È emersa la loro autonomia, lo spirito da talent scout. I galleristi compiono una scelta, la portano avanti, ci credono: è una grande scommessa. A monte c’è l’intuizione, ma anche un’indole caratteriale. È un mondo noto a volte solo a un pubblico di nicchia, indipendente rispetto al giudizio della stampa. Rispetto agli imprenditori, i galleristi seguono le regole di un altro gioco, che può permettersi tempi più lunghi e prevede il gusto per la scoperta del perfetto sconosciuto. Incontro, innamoramento e progetto comune.

Perché hai scelto questi espositori?
È una selezione abbastanza piccola. Sono 14, e ognuno ha il suo volto specifico. Ho pensato di portare tanta Italia a Milano e anche qualche straniero, rispondendo alle aspettative di un ipotetico collezionista internazionale. Su 14 nomi, mi è sembrato veritiero inserire un autoproduttore e un sostenitore di questa realtà: Massimo Lunardon e Subalterno 1. Il pubblico di miart può capire questa cultura del saper fare.

Come vedi la convivenza in fiera di arte e design?
I collezionisti dei due settori sono molto simili, anche se non identici. E vorrei non ci fossero dubbi: Object non presenterà niente che non sia funzionale e pratico. Nessuna bizzarria. Piuttosto, manifatture di altissimo livello e concept complessi. Anche visivamente, sarà evidente che ci troviamo nella sezione di oggetti e arredi. La funzione e la commercializzazione sono argomenti che ancora spaventano, retaggio del pregiudizio duro a morire che considerava il design come un’arte minore. Per fortuna è un pensiero che si sta sgretolando, destinato a estinguersi.

Oltre a miart, c’è qualcosa di cui ti stai occupando cui tieni particolarmente?
La formazione. Anche al Maxxi, con un ciclo di incontri volti a far conoscere la storia del design. Non si tratta solo di fare docenza, ma di un progetto culturale vero e proprio. È un impegno che mi aspetterei anche da tanti colleghi: bisogna raccontare il design a chi non lo conosce, e non pensare di essere sempre di fronte a un pubblico di addetti ai lavori. È importante chiedersi: a chi stiamo parlando? Senza snobismo culturale, bisogna fare formazione di base, e non dare niente per scontato.

www.miart.it

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