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Elle Decor Italia

Il ristorante Liberamensa di Marcante Testa nel carcere di Torino

Una storia di cibo e di architettura, di cose che sembrano impossibili e di dignità: il nuovo progetto per la casa circondariale Lorusso e Cutugno

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Marcello Clerico

Andrea Marcante e Adelaide Testa (UdA Architetti), sono promotori a titolo gratuito di Liberamensa, il nuovo ristorante della casa circondariale Lorusso e Cutugno di Torino che mira, attraverso un concreto impegno sociale, a introdurre l’architettura degli interni in un luogo “debole” per antonomasia quale il carcere.

Inaugurato alla fine di ottobre 2016, Liberamensa è il ristorante della casa circondariale Lorusso e Cutugno (ex Carcere delle Vallette di Torino), uno spazio utilizzato quotidianamente dagli utenti interni, dagli agenti di Polizia Penitenziaria e da tutti coloro che nel carcere lavorano, che ora apre le porte al pubblico grazie al progetto di Marcante Testa sviluppato in collaborazione con la Direzione della Casa Circondariale Lorusso e Cutugno, la cooperativa Ecosol e la Compagnia di San Paolo.

Un intervento unico nel suo genere, che coinvolge i detenuti a 360° – dalla preparazione del cibo al servizio ai tavoli – e dimostra come le cose si possano fare anche in assenza di mezzi finanziari e che fare architettura significa dare dignità ai luoghi.

Liberamensa è un progetto sperimentale che ha però tutte le caratteristiche per non rimanere un caso isolato. Possiamo intenderlo come progetto pilota o come esempio da copiare?
Vuole essere sicuramente un esempio di come l’architettura degli interni oggi possa uscire dai confini tradizionali dove è applicata (la residenza, il negozio, il luogo di lavoro) ed entrare invece in quelli che abbiamo definito “luoghi deboli”: le carceri, gli ospedali, gli asili, le case di riposo, tutti quei luoghi dove, paradossalmente, la qualità ambientale potrebbe aiutare molto ma da cui l'interior design è completamente escluso. Il vero successo sarebbe innescare un effetto domino, grazie anche al tam tam mediatico.

Quali sono i motivi di questa esclusione?
La risposta più ovvia sarebbe quella dei limiti finanziari, ma forse non è così vera: i mezzi finanziari probabilmente non ci sono, ma possono essere trovati altrove e questo esperimento ne è la dimostrazione. In Liberamensa sono state coinvolte importanti aziende del settore dell’arredo e dei materiali (Abet Laminati, Creative Cables, Cristal King, Kvadrat, Lago, Mutina, Om Project, Samperio Vernici, Studio Fludd, NdR), che hanno dato subito la propria disponibilità, non per buonismo quanto piuttosto perché ne hanno colto il vero significato: hanno capito che in Italia in questo momento non esistono altri casi di questo tipo e che avrebbe potuto essere un’opportunità di business, che avrebbe ripagato ampiamente l’investimento iniziale. in questo senso Liberamensa è un progetto win-win, da cui traggono beneficio la struttura penitenziaria, le aziende e, soprattutto, i detenuti (di recente La Stampa ha pubblicato un articolo in cui si sosteneva che quando vengono previsti corsi di formazione la percentuale di recidiva dei detenuti passa da una media del 70% al 5-6%).

Qual’è il ruolo dell’architettura in tutto questo? Cosa può fare per uno spazio per definizione meramente funzionale come può essere un carcere?
Dal punto di vista psico-emotivo tutti noi siamo fortemente influenzati dai luoghi che abitiamo e in cui lavoriamo. La qualità ambientale ha un forte risvolto sulle persone che frequentano questi luoghi, spesso progettati senza tenere minimamente conto di quanto la risposta psico-emotiva sia importante. Semplificando, se è vero che il luogo esterno influenza il nostro luogo interiore, se io sto meglio funzionerò meglio, anche in relazione con gli altri e con la collettività. Un piccolo lavoro diventa così significativo per dimostrare l'importanza di intervenire in questi luoghi. In questo senso Liberamensa è un appello, una dimostrazione che le cose si possono fare.

Definirei Liberamensa un progetto onesto, dal punto di vista ideologico, in quanto si allontana dal buonismo delle iniziative charity per proporre un modello economico sostenibile, ma anche dal punto di vista architettonico…
Dal punto di vista progettuale abbiamo deciso di non nascondere ciò che c’è, non abbiamo toccato nulla della struttura, limitandoci a sovrapporre delle cose: bisogna che chi entra percepisca dove si trova e che chi è già dentro capisca che si può dare dignità ai luoghi senza distruggerli, piuttosto migliorandoli. Come fosse la metafora del percorso di un detenuto che non vuole cancellare quello che è stato ma migliorarlo. Ogni spazio ha una propria storia, e sarebbe interessante che questa storia rimanesse sempre parte del progetto, non solo se è portatrice di un valore oggettivo ma anche se parla solamente di memoria. In questo caso abbiamo mantenuto il perlinato e il pavimento di marmette, trovando soluzioni per renderli interessanti senza rinnegare l'appartenenza al luogo.

Una volta c’era tanta architettura pubblica, quindi gli architetti erano parte attiva della società, mentre oggi spesso si rivolgono a una cerchia ristretta di persone. Questo modo di progettare è una via interessante verso la riscoperta dell’importanza dell’architettura nella vita pubblica
Esatto: l’architettura deve rientrare all’interno della vita pubblica, per migliorare la condizione di vita di chi abita questi luoghi, ma anche di chi ci lavora, e questo progetto vuole aprire un varco in questa direzione.

www.marcante-testa.it

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di Carlotta Marelli / 7 Novembre 2016

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