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Elle Decor Italia

La poetica del bianco

A Parigi nello showroom di Yohji Yamamoto

Yohji Yamamoto apre il suo nuovo spazio parigino per una visita riservata a Elle Decor. E ci spiega come la semplicità sia il risultato finale di un lungo e complesso work in progress.

Yohji Yamamoto vive fra Tokyo, dove si trova il suo atelier, e Parigi dove non manca mai alle presentazioni delle collezioni. E proprio in occasione del suo ultimo passaggio nella capitale ha aperto in esclusiva a Elle Decor le porte del nuovo store in rue Cambon. Lo spazio, progettato con Sophie Hicks, architetto londinese, è una scatola bianca dove si realizza l’essenza della sofisticata estetica giapponese. All’ingresso percorriamo uno stretto corridoio, preludio a un’esperienza iniziatica, che ci conduce a un vasto ambiente: una galleria agli antipodi degli spazi commerciali, con poche emblematiche silhouette di mannequin. Le vetrine sono schermate da pannelli simili a origami in carta Shoji bianco neve, piegati come uccelli. Suggerire senza rivelare troppo: chiudendo la vista dalla strada, preservano la privacy dei clienti, conferendo allo spazio una forte identità grafica a immagine del lavoro dello stilista, maestro di luci e ombre. Nelle case giapponesi, lo shoji è un divisorio in carta traslucida con intelaiatura di legno che separa gli ambienti. Qui, alludono al recupero di una raffinata tradizione, che enfatizza le ombre per sottolineare il mistero di ciò che si vede e si sente solo a metà. Leggeri e resistenti, sono realizzati in Giappone in una versione innovativa con fibre sintetiche: “Ho voluto modernizzare lo Shoji, trasformandolo per la mia boutique in una scultura tridimensionale”. Da sempre emblema di un’estetica epurata, Yamamoto è lo stilista che ha provocatoriamente proposto i suoi abiti strappati, effetto invecchiato alla Parigi abituata alle perle di Chanel. Era sembrata la caduta del buon gusto, ma di fatto la storia della moda contemporanea iniziò allora. Oggi è uno dei più importanti fashion designer al mondo. Se dovessimo raccontarlo con un cliché, potremmo definirlo “concettuale”. La definizione non lo convince più di tanto, perché Yamamoto ama la vita, suona la chitarra, gode fama di grande seduttore, fuma, beve, gioca a mah-jong e a biliardo. Ma lavora anche con la sua Maison in modo rigoroso, assicurando la continuità del gruppo fondato nel 1971, che non si avvale di finanziatori. Gli abbiamo chiesto se la crisi attuale può condurre al ritorno della semplicità: “È presto per dirlo. Oggi solo una minoranza di persone propone o vive questo ritorno alla semplicità. La maggioranza è ancora impegnata in una corsa sfrenata e senza fine alla realizzazione di ogni proprio desiderio e si lascia trasportare da una sorta di bulimia di vita, puntando al troppo, all’eccesso. Siamo lontanissimi anche solo dall’essenza della semplicità, che spesso si accompagna a un basso profilo e che richiede una buona dose di stile e di classe. Al contrario di quanto si pensi comunemente, semplicità non fa rima con vacuità, né tanto meno con stupidità, che sia in inglese o in francese, il termine ‘semplice’ assume spesso una connotazione di ‘stupido’. Non è la mia opinione, anzi! E’ addirittura l’acme della complessità, nel senso che è il risultato finale di un lungo processo, la conclusione di una battaglia, la soluzione di un conflitto. Alla fine, la semplicità è necessariamente qualcosa di nuovo, capace di esprimere l’essenza delle cose, nella pienezza del loro splendore.”


di Ana Cardinale / 30 Giugno 2010

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