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Elle Decor Italia

Intervista a Odile Decq

A colloquio con il pluripremiato architetto francese che spazia dall'urbanistica al design

La notizia è di pochi giorni fa. Odile Decq, poliedrico architetto francese contro corrente, è stata insignita con il prestigioso riconoscimento della Médaille de Vermeil et d'Honneur de l'Académie d'Architecture. Il premio le è stato consegnato lo scorso 16 giugno al Pavillon de l'Arsenal di Parigi a conferma di un percorso creativo che spazia dall'architettura all'interior design fino a sfiorare l'arte contemporanea.

Originaria di Laval, classe 1955, Odile Decq è emersa sulla scena architettonica internazionale gli inizi degli Anni 90, dapprima grazie all'ideazione della sede centrale della Banque Populaire de l'Ouest a Rennes poi per gli edifici e gli spazi realizzati in tutta Europa: dall'Istituto di Chimica dell'Università di Berlino alla ristrutturazione del porto industriale di Gennevilliers fino alla galleria FRAC Bretagne e all'ampliamento del MACRO di Roma.

Non solo architetto ma anche designer, Odile Decq nel 2011 ha arredato - a Parigi -  la Conference Hall del palazzo dell'UNESCO. Un anno dopo ha firmato collezioni di design per aziende italiane. In primis: le maniglie Duemilledue per Valli-Valli, la linea di accessori per la tavola di Guzzini, la lampada Javelot (2010) e Petale (2012) per Luceplan, la Phantom Chair (2011) per Poltrona Frau.

Tra i progetti appena ultimati o in corso d'opera: il Museo per il Grande Sito dei Fossili dell'Homo Erectus a Nanjing in Cina e, a Lione, il GL Events Headquarters e il Confluence Institute for Innovation and Creative Strategies in Architecture. A parlarcene, durante un'intervista, è stata li stessa dal suo studio di Parigi.

Lei ha appena ricevuto un premio importante. Cosa significa per lei ricevere un riconoscimento di questo genere?
Essere premiati dall'Accademia è un grande onore ma, nel mio caso, anche un paradosso. Nella mia vita sono sempre andata contro ogni forma di accademismo. Trovo che atrofizzi il pensiero.

A proposito di premi, lei ha ricevuto nel 1996 il Leone d'oro per il Padiglione Francese alla Biennale Architettura di Venezia e nel 2013 è stata nominata designer dell'anno in occasione di Maison & Objet. Come combina il lavoro di architetto con quello di designer? Ci sono differenze?
Fino alla prima metà del 20° secolo essere un architetto e, contemporaneamente, un designer era   normale. Architetti, artisti e progettisti erano in grado di contaminare le diverse aree. È dalla seconda metà dello stesso secolo che, con la creazione degli ordini professionali, ogni singola disciplina è stata incapsulata in un unico settore. Penso all'Italia: i più celebri designer provenivano dall'architettura ed erano architetti. Certo la  differenza c'è. Sta nella dimensione e nella relazione tra progetto e corpo umano. Il design di solito è più vicino all'uomo e a diretto contatto con la pelle, l'architettura è un po' più distante. Il primo produce oggetti, la seconda genera spazi.

Anni fa, alla Biennale di Pechino, lei mise in scena “Infinite Interior”, un habitat il cui concept era quello di progettare un interno come opera d’arte. Qual è oggi la sua visione dello spazio domestico?
Non era un'opera d'arte quanto piuttosto un modo di immaginare e pensare lo spazio! Volevo dimostrare come fosse possibile abitare in modo alternativo all'interno di un edificio progettato in maniera rigida con spazi standardizzati. Si tratta di una situazione fin troppo diffusa. Oggi la gente vive costretta in spazi sempre più ridotti a causa dei costi proibitivi degli alloggi. Il ruolo dell'architetto è quello di migliorare le condizioni di vita delle persone creando rifugi e focolari domestici. Gli edifici devono essere fonte di gioia per gli individui che li abitano e non una punizione. Spesso, invece, gli ambienti domestici sono frutto soltanto di norme e regole, fattori che inducono chi progetta a dare poco più del minimo indispensabile. È una vergogna!

Lei è appena tornata da Venezia dove ha visitato la XIV Mostra Internazionale di Architettura curata da Rem Koolhaas. Può darci la sua opinione su questa edizione della Biennale?
Sono rimasta scioccata dalla visione reazionaria che si intravvede un po' dappertutto, perfino nei Padiglioni Nazionali. La storia dell'architettura presentata è una sorta di versione "ufficiale" in cui tutti hanno mostrato gli Anni 60 e 70 trascurando la corrente  avanguardista che poi era il tratto distintivo di quei decenni. La parte peggiore della Biennale è comunque Elements of Architecture, la mostra in cui Koolhaas esprime la sua dottrina modernista applicandola al futuro. Così facendo mi ha ricordato Julien Guadet, il professore dell'Accademia di Belle Arti di Parigi del 19° secolo, autore del volume “Elements and Theory in Architecture”. Nel libro - come fossero modelli da seguire - Guadet illustrava gli edifici di tutto il mondo ignorando le architetture contemporanee.  Credo che il desiderio nascosto di Koolhaas sia quello di divenire il Guadet del 21° secolo!! Una sorta di Dio in una nuova accademia da lui creata!!! Personalmente trovo che quest'anno la Biennale sia molto triste e non lasci speranza agli studenti di architettura che sono i principali visitatori della mostra.


di Eugenio Cirmi / 30 Giugno 2014

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