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Alexander McQueen, la biografia essenziale di un rivoluzionario in stile ancient regime

Da Savile Row all’Armadillo Shoe, tutto quello che ci ha lasciato in eredità l'hooligan dell'alta moda

alexander-mcqueen-biografia
Tim Walker

Essere Alexander McQueen, nel 2018, sarebbe forse molto difficile per lo stilista che, dal suo debutto nei primi anni Novanta, ha collezionato prima il titolo di “hooligan della moda” e poi, per quattro volte dal 1996 al 2003, quello di British Designer of the Year. Un talento esagerato, insaziabile, che si è orientato nel suo tempo interpretando le tracce lasciate dalle icone del passato: non sono certo i teschi di Alexander McQueen, o le farfalle del suo prêt-à-porter le caratteristiche che lo hanno consegnato alla storia della moda come uno dei suoi maggiori artefici.

Classe 1969 Lee Alexander McQueen, inizia a lavorare a sedici anni, imparando le basi del mestiere in Savile Row e, successivamente, a Milano, da Romeo Gigli. Terminata anche l’esperienza in Italia, decide di completare la sua formazione frequentando la Saint Martin’s School of Art di Londra, sua città natale. Nel 1992 fonda la propria Fashion House, ottenendo l’immendiato supporto e riconoscimento da parte di una delle più grandi icone della moda britannica, Isabella Blow.

Dal 1996 al 2001 è direttore creativo di Givenchy, maison con cui instaura da subito un rapporto complesso, inasprito dalle espressioni colorite che utilizza per definire sui media i tessuti e i ricami francesi. Proprio qui, però, gli è permesso di dare maggior sfogo alla sperimentazione e alla ridefinizione dei canoni stilistici del marchio, dove introduce un approccio al prodotto che sarà tipico dei designer più innovativi dei primi anni Duemila - due passaggi su tutti, gli ibridi culturali e la ricerca sulle fibre tecnologiche.

Getty Images

Terminata l’esperienza parigina, Lee si dedica esclusivamente alla sua McQueen, ideando collezioni e sfilate shock che hanno contribuito a traghettare il gusto collettivo fuori dall’estetica minimalista imperante da un decennio sulle passerelle. “Prima vedo un adorabile abito di chiffon e, subito dopo, una ragazza intrappolata in una gabbia, costretta a muoversi come una marionetta”, ha dichiarato Alexander McQueen a David Bowie a proposito del proprio processo creativo durante una celebre intervista per la rivista Dazed and Confused.

Tra le collezioni indimenticabili di Alexander McQueenDante (AW 1996) irriverente inno grunge in versione Couture, The Widows of Culloden (AW 2006) in cui una Kate Moss in versione ologramma (e in stato di grazia) veniva proiettata al termine dello show di fronte ad una platea attonita, The Horn of Plenty (AW 2009), in cui tutto, dal make-up ai bottoni era in perfetta misura armonioso ed eccessivo, e Plato’s Atlantis (SS 2010), ultima a portare la sua firma, indimenticabile per le lavorazioni, le stampe e per le impossibile calzature armadillo.

Getty Images

Ateo, anti-monarchico (ed è quasi rivoluzionario pensare alla Duchessa di Cambridge Kate Middleton in Alexander McQueen il giorno delle sue nozze), figlio di un’Inghilterra in piena crisi, ha paradossalmente incarnato i canoni di un ancien regime della moda (quelli dello stilista-genio-artista-visionario-animale da palcoscenico inavvicinabile) fino alla decisione di togliersi la vita con il suicidio.

Getty Images


di Manuele Menconi / 27 Gennaio 2018

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