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Alighiero Boetti, l’uomo che ricamava il mondo

Noto per le sue mappe e i suoi arazzi, Boetti è stato un artista poliedrico, capace di reinventare i gesti e i materiali più semplici per farne opere d’arte universali

alighiero-boetti-biografia
Getty Images

Al nome di Alighiero Boetti si associano tante cose: l’arte povera, gli arazzi e i fogli a quadretti, i motti sibillini, i viaggi avventurosi negli angoli più remoti della terra. Difficile etichettare un artista così, ricondurne l’opera a pochi, semplici schemi.

Perché Alighiero Boetti è stato un vorace sperimentatore, un genio eclettico capace di attraversare innumerevoli discipline, dalla scultura al ricamo al mosaico, mettendo insieme le tematiche più disparate: geografia e algebra, esoterismo e politica.

Di origini nobili, Boetti nasce a Torino nel 1940. Suo padre fa il notaio, sua madre suona il violino, alternandolo al lavoro di ricamatrice. L’approccio con l’arte è precoce, da autodidatta, e si somma a uno spiccato interesse per la filosofia, la musica e tutto ciò che viene da Oriente. Boetti subisce il fascino di un leggendario antenato vissuto nel 700, Giovanni Battista Boetti, missionario in terre caucasiche sotto il nome di 'Profeta Mansur'.

Come lui, sentirà l'impulso irrefrenabile di viaggiare, non come un turista, ma come un esploratore. Abbandonati gli studi in Economia e Commercio, intorno ai vent’anni Boetti si cimenta in dipinti a olio e disegni astratti. Realizza poi con tecniche da disegno industriale delle riproduzioni a china di oggetti, fra cui microfoni, cineprese e macchine fotografiche. Al 1966 appartengono i suoi primi lavori tridimensionali. Catasta, Scala, Sedia, Ping Pong e Lampada annuale sono opere seminali per l’epoca: Boetti sceglie oggetti di uso quotidiano privandoli del loro scopo, si diverte a raddoppiare, dilatare, accumulare.

Emerge sin d’ora la sua attitudine a sperimentare con i materiali, meglio ancora se industriali: gesso, plexiglas, masonite ed elementi luminosi divengono carne viva sotto le mani dell’artista.

L'esordio pubblico è datato gennaio 1967: Alighiero Boetti debutta con una personale alla Galleria Christian Stein di Torino e diventa presenza fissa a tutte le collettive del gruppo Arte povera, unendosi ad altri nomi illustri, come Pier Paolo Calzolari, Luciano Fabro, Jannis Kounellis, Giulio Paolini, Giuseppe Penone, Emilio Prini e Gilberto Zorio.

Il neonato movimento travalica ben presto i confini nazionali: nel 1969, a Berna, la rassegna di arte povera e arte concettuale When attitudes become form mette in scena un modo nuovo di intendere l’arte, che rifiuta tecniche e supporti convenzionali per fare ricorso, appunto, a materiali "poveri" come terra, legno, ferro, plastica, scarti industriali. Forma espressiva prediletta è l'installazione, come luogo della relazione tra opera e ambiente, che spesso prende vita nell’atto performativo.

L’obiettivo è ridurre l’arte ai minimi termini, impoverire i segni, per riscoprire gli archetipi da cui scaturiscono.  

L'attività del movimento poverista, inteso come gruppo, si esaurisce nel 1972, ma ben prima di quella data Boetti inizia a distinguersi dagli altri. Il suo è un approccio più concettuale, che cerca sistemi propri entro cui manifestarsi. Nel 68 spedisce ad una cinquantina di amici la cartolina postale Gemelli, fotomontaggio che lo mostra mentre tiene per mano un altro sé stesso. Sul retro scrive frasi come "De-cantiamoci su" oppure "Non marsalarti". La dimensione esistenziale si intreccia con quella artistica attraverso una scissione del sé, che troverà espressione anche nel nome. Dal 72 l'artista comincia infatti a firmarsi Alighiero e Boetti.

Tutte le foto: Getty Images

Nel frattempo si è trasferito a Roma e ha deciso di ripartire dalle basi: un quaderno e una matita. "Cimento dell'armonia e dell'invenzione" è un paziente ricalco a matita di numerosi fogli di carta a quadretti, mentre un registratore documenta i pochi suoni prodotti nel corso dell’opera.

Il tempo avvalora la ritualità della reiterazione, rendendo il lavoro simile a una sessione di meditazione Zen. Nel marzo 1971 Boetti mette piede per la prima volta in Afghanistan. L’incontro con la cultura e l’atmosfera di quel paese lontano lo segna nel profondo, tanto che fino all'occupazione sovietica nel dicembre 1979 ci tornerà all'incirca due volte l'anno. Qui instaura un legame speciale con le ricamatrici afgane,  cui commissiona svariate opere realizzate secondo la tradizione locale.

L’esempio più eclatante è "Mappa" (1971-1972), un planisfero politico in cui ogni nazione viene tessuta con i colori e i simboli della propria bandiera. Dirà più avanti di aver trovato “il massimo della bellezza” in questo manufatto che scinde l’atto creativo dall’esecuzione: “per quel lavoro io non ho fatto niente, non ho scelto niente, nel senso che: il mondo è fatto com'è e non l'ho disegnato io, le bandiere sono quelle che sono e non le ho disegnate io, insomma non ho fatto niente assolutamente; quando emerge l'idea base, il concetto, tutto il resto non è da scegliere". A questa prima mappa ne seguiranno altre, e saranno proprio tali opere, e più in generale gli arazzi, a renderlo famoso.  

Assumere su di sé il ruolo di regista, lasciando ad altri il compito di tradurre la sua visione in forma concreta: sarà questo l’approccio adottato da Boetti in molte opere successive. Tra queste ricordiamo "Mettere al mondo il mondo" (1972-1973), ennesima variante di uno schema già collaudato, quello di ripetere all’infinito un gesto minimo. In questo caso si tratta di chiedere ad alcune persone di tratteggiare una serie di fogli di cartoncino secondo precise direttive, ma con un margine di libertà che si lega inevitabilmente alla manualità di ognuno.  

Gli anni 70 sono anche quelli del pieno riconoscimento internazionale. Mentre il suo animo di viaggiatore lo spinge verso mete esotiche e poco battute, come Sudan e Guatemala, il suo status di artista d’avanguardia lo porta nei musei di tutto il mondo, dall’Europa agli Stati Uniti.  

Negli anni Ottanta si intensifica la produzione, che sempre più spesso coinvolge terzi. Boetti sceglie il tema e la piattaforma, spaziando dalla geografia alla matematica, e poi consegna l’idea in mani altrui, mettendo in crisi il concetto stesso di paternità dell’opera d’arte: “che questo lavoro venga fatto da me, da te, da Picasso o da Ingres, non importa. È il livellamento della qualità che mi interessa”. Il suo apporto passa anche attraverso frasi, a volte ermetiche, altre volte assai personali, che si aggiungono alle opere, orientandone il senso. Quando non sono ricamate, spesso sono scritte da lui stesso con la mano sinistra, in stile orientale.

Alla reiterazione dei gesti si somma quella degli oggetti nel 1983, quando Boetti progetta la fedele riproduzione in bianco e nero, a matita, delle prime, vecchie copertine di riviste e periodici, raccolti nel corso degli anni. "In quel mese – commenta – le immagini erano milioni. Oggi, forse qualche centinaio. Poi, rimarrà solo questa copia sbiadita di un tempo coloratissimo".  

La carta resta un supporto privilegiato su cui sperimentare. Non fa eccezione quella di riso, posta al centro di una serie di lavori realizzati in Giappone nel 1985. Nello stesso anno ha luogo il trasferimento in uno studio vicino al Pantheon, da cui Boetti è da sempre affascinato.

Anche il celebre monumento sarà citato ed evocato con frequenza. Ma resta l’Afghanistan il posto del cuore e a lenire almeno in parte l’esilio forzato da quella che Boetti considera la sua seconda patria è il ritorno al ricamo, grazie ai contatti con i rifugiati afghani a Peshawar, in Pakistan, che seguiteranno a tessere per lui fino al 1994 (inclusi i cinquanta kilim sul tema Alternando da uno a cento e viceversa, incentrati sui numeri).

E siamo così agli anni 90, che si aprono con un successo personale alla Biennale di Venezia. Boetti vince il Premio speciale della giuria con “Fregio”, un’installazione che raffigura animali (altro tema a lui caro) riprodotti con tecnica mista su carta, a decorare tutta la fascia superiore della stanza a lui riservata.  

La stessa combinazione di carta e tecnica mista caratterizza Extra-strong, una serie fatta di fogli formato commerciale o fax su cui si alternano inchiostri colorati, timbri, collage e matita. Al 1993 risale invece il più grande Lavoro postale di Boetti, che coi francobolli si era già cimentato ed ora li usa per coprire ben 47 metri di carta.  

Di carattere più introspettivo è invece "Autoritratto", opera esposta nella rassegna internazionale "Sonsbeek ‘93": si tratta della scultura in bronzo della figura di Boetti che simbolicamente rappresenta i quattro elementi aria, acqua, terra e fuoco. Una sintesi dal sapore esistenzialista che suona come un bilancio o un commiato: all'artista è infatti stato diagnosticato un cancro che di lì a poco lo porterà alla morte.  

Ma se la vita si spezza, l’arte come Boetti la concepisce è destinata a durare: i suoi lavori sono infatti strutture di pensiero applicabili alle cose senza potersi esaurire. Una volta chiarito il principio che li genera, questi concetti creativi (astratti, ludici o elementari) si staccano da schemi soggettivi e rivendicano la propria indipendenza, come se possedessero la libertà di autogenerarsi che appartiene alla natura. Così bastano una penna biro e un gesto ordinario a svelare un mondo e non c'è nulla di strano se ad esempio un orologio da polso segna gli anni invece di minuti e secondi (come in una delle sue opere più note, orologio annuale appunto).

Lo stupore nasce dalla capacità di rapportarsi autenticamente al reale, rifuggendo pregiudizi e sovrastrutture; niente appare scontato ad uno sguardo che sa andare oltre, indicando anche agli altri un modo nuovo di guardare.

www.archivioalighieroboetti.it

www.fondazioneboetti.it


di Elisa Zagaria / 23 Gennaio 2018

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