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Arnaldo Pomodoro, l'artista del bronzo e della poesia geometrica

"Un tarlo che divora la materia dall’interno”, così si definisce il maestro delle sfere spaccate, che a più di 90 anni ha ancora voglia di rimodellare il mondo

arnaldo-pomodoro-biografia
Getty Images

Da più di sessant’anni Arnaldo Pomodoro plasma il mondo a modo proprio, reinventandolo ogni volta in geometrie poetiche e riflessi seducenti. Le sfere di Arnaldo Pomodoro che si squarciano a rivelare paesaggi contorti e i suoi dischi da cui si irradiano linee vorticose sono ormai un marchio di fabbrica noto in tutto il mondo, monumenti levigati e imponenti in cui si specchiano innumerevoli piazze, palazzi e persone, da Mosca a New York, da Milano a Dublino.

Arnaldo Pomodoro nasce a Morciano di Romagna nel 1926 da una famiglia piccolo-borghese che lo vorrebbe dottore, ma non può che arrendersi di fronte alla sua passione per forme e volumi. A mettere d’accordo la fantasia e le mani sono dapprima i castelli di sabbia che costruisce sulle spiagge riminesi, poi i ciottoli raccolti sulle sponde dei fiumi, che ai suoi occhi di bambino appaiono come resti di un'architettura che non c'è. Proprio l’architettura è la carriera che ha in mente quando prende il diploma di geometra ed entra nel Genio Civile, a Pesaro. È il dopoguerra e c’è un paese in macerie da rimettere in piedi. Ma l’arte ben presto lo richiama a sè: Pomodoro trascorre giornate intere in biblioteca a sfogliare libri e a sognare. Se da ragazzino erano gli Ittiti e i Sumeri ad ispirarlo (i suoi primissimi lavori hanno un sapore arcaico, che ricorda le tavolette mesopotamiche e i papiri egizi), è l’incontro con Paul Klee a segnarlo definitivamente. Comincia a disegnare rielaborando le sue immagini, e già si intuisce in nuce quello che diventerà lo stile di Arnaldo Pomodoro, unico e inconfondibile.

Nel 1954 si trasferisce a Milano, nella cornice suggestiva dei Navigli dove tuttora vive e lavora. Nutrito dal fermento della città, il suo linguaggio rapidamente si evolve, adattandosi alle caratteristiche del materiale prescelto: prima l'oro e l'argento, per dei gioielli, poi il ferro, il legno, il cemento e il bronzo, che diverrà il suo metallo per eccellenza. Con Arnaldo c’è il fratello Giò, artista a sua volta. I due dividono lo studio, firmando anche alcune opere insieme. È un sodalizio profondo, che dura dieci anni, finché Giò abbandona il capoluogo lombardo per la più quieta campagna toscana. Ma già da tempo Arnaldo ha preso la sua strada. Due le esperienze che lo influenzano in modo decisivo: da una parte l’incontro con Lucio Fontana, una sorta di padre putativo che nei primi anni 60 lo incoraggia ad osare, lui che è già approdato al “gesto assoluto” (il buco, il taglio), dall’altra il contatto con una dimensione innovativa e fertile come quella americana, che dal 66 lo porta ad insegnare a Stanford come artist in residence, e poi a Berkeley e al Mills College. Ed è a New York, lungo i corridoi del MoMa, che Arnaldo si imbatte in Marcusi. “Le sue sculture mi diedero una tale emozione da provocare in me un desiderio distruttivo”, spiegherà più avanti, “mi dicevo: ha già fatto tutto... che cosa si può fare dopo di lui?”. La perfetta astrazione, quasi spirituale, essenziale e rarefatta, delle opere di Marcuse, suggerisce ad Arnaldo l'idea di rompere e corrodere come un "tarlo" i solidi della geometria euclidea.

Tutte le foto: Getty Images

Nasce così il Pomodoro scultore famoso in tutto il mondo, che modella il bronzo in sfere gravide di forme da scoprire. Ma anche dischi in cui trovano sfogo linee affilate e curve palpitanti, e poi obelischi che si attorcigliano in spirali vorticose puntate verso il cielo, archi grandiosi che sembrano esplodere in un'armonia frammentaria e liberatoria.  La sua arte mette in scena un rigoroso "spirito geometrico", per cui ogni forma tende all'essenzialità volumetrica della sfera, del cubo, del cilindro. La perfezione del solido si offre alla mano brutale dell’artista, che taglia e lacera la superficie esterna, per lasciar intravedere ciò che sta “dentro”: altri corpi geometrici ammassati in schiere o segmenti, rettilinei o circolari, che fanno pensare a ingranaggi nascosti. La potenza espressiva delle sculture di Arnaldo Pomodoro in bronzo sta proprio nell'equilibrio tra la dimensione esteriore dell’opera - monumentale, liscia e lucente - e il mondo articolato e denso che si annida nelle sue viscere.

“Il mio lavoro è togliere peso alla materia e trovare la semplicità”, afferma. Per farlo si insinua come una termite all’interno della forma, ne distrugge il significato simbolico, cercando qualcosa d’altro, di nuovo e più autentico. Come un demiurgo, assume su di sé il compito di "generare" il reale, andando oltre l'ovvietà dell'apparente e del prevedibile per esplorare orizzonti sconosciuti.  In questa dialettica artistica le sculture di Arnaldo Pomodoro non possono prescindere dallo spazio che la circonda. “L’opera, quando trasforma il luogo in cui è posta, ha veramente una valenza testimoniale, riesce ad improntare di sé un contesto, per arricchirlo di ulteriori stratificazioni di memoria. Oggi penso che le mie sculture siano cristalli o nuclei, oppure occhi o fuochi, per la frontiera e per il viaggio, per la complessità e per l’immaginario”.

E allora ecco le sfere di Arnaldo Pomodoro svettare di fronte alla Farnesina, nel Cortile della Pigna dei Musei Vaticani, in piazza Garibaldi a Pesaro, ma anche sotto le finestre delle Nazioni Unite a New York o ai piedi della Berkeley Library al Trinity College di Dublino. Tra i suoi dischi più celebri ricordiamo invece quello collocato davanti al Palazzo della Gioventù di Mosca, come dono all'Unione Sovietica da parte del governo italiano nel periodo di disgelo post-guerra fredda, ma anche quelli altrettanto stupefacenti di piazza Meda a Milano o Bank of America Plaza a Charlotte, North Carolina. Come totem contemporanei, le sculture di Pomodoro marcano il paesaggio urbano, preservando qualcosa di arcano nell’impeto trattenuto e ingoiato dalla materia: è un segreto che si affaccia dalle crepe del bronzo, un mondo misterioso che prende vita sotto gli occhi di chi lo guarda e vi si specchia.  Ma nulla di tutto ciò sarebbe possibile senza un entusiasmo vorace e primitivo, che a 93 anni è ancora intatto. Sotto l’aura autorevole del maestro che ha dedicato tutta la sua vita alla scultura, si celano una curiosità insaziabile e un anelito di libertà che solo il lavoro manuale, il contatto simbiotico con la materia viva, può appagare. Arnaldo Pomodoro non ha mai smesso di costruire i suoi castelli di sabbia e seguiterà a farlo fino all’ultimo giorno. 

www.arnaldopomodoro.it


di Elisa Zagaria / 6 Febbraio 2018

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