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Chi è davvero Bjarke Ingels, l’architetto che sta trasformando New York

Fondatore dello Studio BIG, Bjarke è lo Steve Jobs dell'architettura: un visionario che ama la semplicità e l’immediatezza e guarda al futuro

bjiarke-ingles
Getty Images

È la rock star dell'architettura contemporanea, così famoso da ispirare un film sulla sua vita e meritarsi un posto nella classifica delle 100 persone più influenti al mondo secondo il Time. Stiamo parlando di Bjarke Ingels, l'architetto danese che a soli 43 anni, con il suo studio BIG, fondato nel 2005, si è imposto sulla scena internazionale, grazie alla sua visione unica, immediata e iconica, dell'architettura. Per i suoi detrattori (tutte le star inevitabilmente ne hanno) i suoi disegni sono semplicistici, accattivanti, ma vuoti. Per chi invece lo ama (e tra questi spiccano nomi come Google e LEGO, che gli hanno commissionato i loro nuovi Headquarters), proprio la forza della semplicità è la sua carta vincente.

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Sì, perché Bjarke mal tollera la complessità, quell'attitudine ermetica, autoreferenziale e pretenziosa che rende molti architetti tremendamente noiosi. In compenso ha una passione smodata per le geometrie audaci, le forme enfatiche, il dinamismo estremo che si sprigiona da torsioni e spirali: essenziale sì, ma senza mai rinunciare a una certa teatralità. Per essere efficace, l'architettura deve saper comunicare, trovare un modo diretto ed empatico di interagire con le persone. Tutte quante, non solo gli addetti ai lavori. Perché in ultima istanza, essa non è il fine, ma un mezzo, al servizio della vita umana, e dunque deve evolversi e adattarsi per rispondere ai sogni e alle pulsioni della società, puntando a creare contesti fisici che massimizzino il piacere e la felicità. C'è un tratto orgogliosamente edonistico, giocoso, ottimista, in questa idea dell'architettura, che lo stesso Bjarke ha messo nero su bianco nel suo manifesto del 2009, Yes is more: una collezione di idee che non si prendono troppo sul serio, proposte non a caso sotto forma di graphic novel.

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Perché più che un architetto compunto che inanella pubblicazioni accademiche, Bjarke è un tipo alla Steve Jobs, un abile comunicatore che scatta selfie con i fan e alla tecnica preferisce la narrativa. Ma se pensate che si tratti solo di marketing, vi sbagliate: lo storytelling fa parte di un progetto sin dalle sue fondamenta. Prima di mettersi a disegnare, Bjarke studia a fondo il contesto, si relaziona con i clienti ma anche con chi dovrà abitare un determinato luogo, sia esso un parco, un museo, uno stadio o un inceneritore, perché il risultato finale ne rispecchi in modo tangibile i bisogni, i gusti, le peculiarità. 

Proprio questa dimensione narrativa, presente in Bjarke e nei suoi lavori, ha spinto il regista danese Kaspar Astrup Schröder a interessarsi a lui, per realizzare un Biopic dal titolo Big Time, appena presentato al Milano Design Film Festival: non un semplice documentario, ma un racconto senza filtri, dove Bjarke si svela nei suoi aspetti più intimi e personali: dalle mille tensioni lavorative all'amore per la moglie Ruth, spagnola, anche lei architetto.

 

Il film vede Ingels alle prese con tre progetti a New York, dove da poco il suo studio ha aperto una nuova sede: il 57 West Street, la stupefacente piramide che ha cambiato lo skyline di Manhattan, la “Dryline”, una barriera verde lunga 16 km che proteggerà l’isola dalle inondazioni, e poi uno dei grattacieli che sorgeranno sul sito del World Trade Center, la sfida che a giudicare dal film lo mette più a dura prova.

Ma i lavori di BIG Architects non si fermano certo agli States: decine sono le opere in costruzione, dalla Cina alle Isole Faroe. In Italia i riflettori sono puntati sulla nuova sede delle Acque minerali San Pellegrino, che segnerà l'esordio del gruppo nel nostro paese. Il progetto, dicono quelli di BIG, prevede un’eterea successione di arcate, come in una cantina dei vini, ma dedicata all’acqua, che si espandono e si contraggono, creando la struttura perfetta per esprimere la purezza e la limpidezza dell’acqua minerale… non male come narrativa. 

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Ma come si gestisce un successo così grande, con commesse in ogni parte del mondo? BIG oggi conta tre sedi: quella storica di Copenaghen, quella newyorkese e un'altra a Londra, per un totale di oltre 450 dipendenti. Mantenere il controllo dell'intero processo creativo è diventata la vera sfida per uno come Bjarke, che non vuole limitarsi a firmare un progetto, ma punta a curarne personalmente ogni singolo aspetto, dalle luci ai rubinetti. Per questo BIG è come un alveare, in cui ogni attività progettuale occupa una specifica casella: c'è la divisione Space planning, che si occupa di tracciare le linee dei grandi progetti, l'area dedicata agli Interiors (materiali e finiture), la sezione Engineering, che cura gli aspetti tecnici più complessi, e quella chiamata Landscape, dove si disegnano giardini, terrazze e tetti verdi, con una particolare attenzione al tema della sostenibilità. Ma il vero cuore dell’organigramma è Big Ideas, il laboratorio in cui si può sperimentare e fare innovazione. Qui ogni problema, anche il più banale, può trasformarsi in un modo per lasciare il segno. Basti pensare agli anelli di fumo emessi dall’inceneritore Copenhill per ogni tonnellata di CO2 rilasciata nell’atmosfera: la loro forma è frutto di un preciso disegno: quasi una performance artistica, e al contempo un monito.

Tutti i progetti di Bjarke sono del resto imbevuti di futuro: nella sua visione, l'architettura che verrà sarà sempre più condizionata dalla tecnologia, dal digitale e da elementi ancora inesplorati, come la realtà aumentata. Questi permetteranno sempre più di “smaterializzare” gli edifici, eliminando le barriere fisiche e creando una perfetta continuità con la natura e il mondo esterno. O almeno, questo è ciò che sogna Bjarke. E siccome parliamo di un uomo che i sogni è abituato a realizzarli, possiamo supporre che abbia ragione.

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di Elisa Zagaria / 7 Novembre 2017

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