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Carlo Ratti e Kengo Kuma: come ricostruire dopo un terremoto

Dopo il terremoto di agosto, la parola a due architetti capaci di proporre soluzioni antisimiche innovative

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Getty images

Dopo il terremoto che ha colpito il centro Italia alla fine di agosto, gli architetti Carlo Ratti e Kengo Kuma riflettono su come e dove ricostruire

Con il terremoto che ha colpito il centro Italia alla fine di agosto è tornata di stringente attualità la questione della ricostruzione dei paesi storici demoliti. Un tema importante con cui gli architetti si devono spesso confrontare, specialmente se operano in contesti sismici come l'Italia o il Giappone.

Abbiamo chiesto un'opinione a due architetti, Carlo Ratti e Kengo Kuma, che nella loro carriera hanno studiato l'architettura antisismica e proposto soluzioni innovative.

 

Rispetto a questo tema si delineano tre prese di posizione: ricostruire “com'era, dov'era”, ricostruire “dov'era, qualcos'altro”, oppure costruire ex-novo da un'altra parte. Qual'e quella che si avvicina di più al tuo pensiero? Perché?

Carlo Ratti: Le città non nascono per caso, la loro fondazione è guidata dall’incontro tra le persone. Credo sia importante rispettare questi flussi e le ragioni che li hanno generati. Le cosiddette “new town”, imposte dall’alto, sono spesso a una ricetta per il fallimento. Credo sia allora importante rimettere le cose al loro posto, partendo dalle preesistenze e con molta umiltà. Mi vengono in mente le parole che Marguerite Yourcenar mette in bocca all’imperatore Adriano: “Costruire, significa collaborare con la terra, imprimere il segno dell'uomo su un paesaggio che ne resterà modificato per sempre; contribuire inoltre a quella lenta trasformazione che è la vita stessa delle città."

Sulle modalità della ricostruzione è invece importante valutare caso per caso. C’e’ però un principio generale: è fondamentale distinguere tra un’architettura temporanea, di emergenza, e una ricostruzione progettata per restare. L’errore in passato è stato spesso quello di travisare l'idea della soluzione temporanea, costruendo strutture ambigue, che alla fine restano per sempre. Serve allora, prima di tutto, un progetto per l’oggi - consapevoli dei limiti di questa scelta, ma anche della sua capacità di tenere aperta una porta per un futuro più solido. 

Le città e i paesi colpiti dal terremoto sono stati costruiti nei secoli; sono il frutto di un lungo processo di stratificazione, durato spesso centinaia e centinaia di anni. Il nostro dovere è rendere onore a questo patrimonio, costruendo con la stessa solidità e con il giusto tempo. Perché in futuro essi possano continuare a essere ammirati come lo sono oggi. Privi dall'incombenza di strutture costruite nella fretta: troppo permanenti per essere temporanee, ma troppo temporanee per essere permanenti.

 

Kengo Kuma: Prima di tutto, le mie più sentite condoglianze alle vittime del recente terremoto. A mio avviso, la forza d'Italia risiede nella sua ricca tradizione e nella cultura dell'architettura, che può essere osservata in ogni città e perfino in ogni piccolo villaggio del Paese.

Sarebbe bello se le città colpite dal terremoto potessero essere restaurate e riportate a come erano prima del sisma. Dico questo perché sono Giapponese e ho sperimentato e studiato molto sui numerosi terremoti e altri disastri naturali che hanno colpito il mio Paese. Le città sono sempre state ricostruite da zero e non possiamo tracciare il nostro passato, scandito da terremoti. Trovo che questo sia un grande peccato e una perdita grave. Dopo il fortissimo tsunami del 2011 mi sono convinto che gli edifici devono essere profondamente connessi con le loro posizioni. Spero che questo possa essere di riferimento anche per l'Italia.

Vorrei aggiungere anche che, durante le opere di restauro, sarebbe bello costruire uno spazio comune per gli abitanti, dove stare insieme e parlare per affrontare meglio quanto successo.

Foto courtesy: Getty images


di Carlotta Marelli / 9 Settembre 2016

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