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Design and violence. Lo speech di Paola Antonelli all'IF! Italians Festival

Intervista alla Senior Curator di Architettura e Design del MoMA, che a Milano parla del lato oscuro della creatività

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Un ritratto di Paola Antonelli (Crediti: Meet the Media Guru)

Ospite attesissima della seconda edizione di IF! Italians Festival-Il Festival della Creatività, in svolgimento al Teatro Franco Parenti di Milano dal 5 al 7 novembre, Paola Antonelli parla di Design and Violence nel suo intervento di sabato 7.

Classe 1963, laureata in Architettura al Politecnico di Milano nel 1990, Paola Antonelli è stata nominata Senior Curator di Architettura e Design del MoMA di New York nel 2007, grazie al contributo essenziale svolto per l'inserimento del design tra gli ambiti di ricerca del museo, ed è Direttore Ricerca e Sviluppo del Museum of Modern Art, per il quale ha firmato un lungo elenco di importanti mostre.

Secondo la rivista Art Review è tra le cento persone più influenti del mondo dell’arte ed è stata definita da Time «una visionaria». Ecco cosa ci ha raccontato in occasione della sua visita milanese.

Al Festival tiene un discorso sul binomio design e violenza, frutto di due anni di esperimento; di cosa si tratta?
Tutto è avvenuto un giorno di qualche anno fa. Ho avuto una rivelazione improvvisa. Il design non era solo ghirlande e uccellini, ma aveva anche un lato più ombroso e spaventoso, di cui poco si parlava. Avevo letto su Internet delle pistole da fabbricare con una semplice stampante 3D: una notizia inquietante che mi ha portato a riflettere. Sulle possibilità infinite della tecnologia e di Internet, in primis, ma anche sui rischi dell'approccio open source.

Che reazione ha avuto?
Di forte shock e di sorpresa per la mia ingenuità. Come avevo potuto non rifletterci prima? Ne è nato un progetto corposo intitolato Design and Violence, per l'appunto, nel quale abbiamo raccolto una collezione di oggetti che hanno un rapporto ambiguo con la violenza. Ce ne sono alcuni che nascono fin da subito con un'accezione violenta e altri che invece si trasformano e piegano a un uso aggressivo in un secondo momento. Tra i più simbolici il taglierino: si dice che nell'attacco alle Twin Towers gli attentatori avessero usato cutter per minacciare i piloti degli aerei.

Il progetto è proseguito per due anni.
Sì, insieme al curatore Jamer Hunt abbiamo dato vita a un grande archivio e, soprattutto, abbiamo animato un dibattito internazionale: dal binomio design e violenza si è giunti a parlare di grandi temi quali eutanasia e pena di morte. Un risultato sorprendente, che ha attirato molti commenti e una grande partecipazione. Oltre a diverse tavole rotonde e a un libro sul tema, siamo riusciti a originare delle sinergie e degli scambi, che era quello a cui ambivamo. Il progetto proseguirà a Dublino, presso la Science Gallery.

Come vede l'Italia e il mondo dell'arte e del design dalla Grande Mela?
Come un paese in un momento di forte trasformazione, spero nella direzione giusta. Ritengo ci sia bisogno di porre attenzione non più solo agli allori del passato, ma dare spazio a presente e futuro. Questo non è avvenuto per almeno 25 anni per quel che riguarda design e arte. Oggi invece la percezione del design va al di là del semplice mobile o prodotto. Spero inoltre che il settore possa presto riconoscere quanto conta il contributo digitale, in Italia spesso in secondo piano.

È stata tra le prime a introdurre il design nei musei; in che modo viene percepito dai visitatori del MoMA? 
Come ho spesso detto, in moltissimi vengono al museo per vedere i grandi quadri di Picasso, Van Gogh e Matisse. E va benissimo così. È una sorta di gerarchia culturale instillata profondamente nel mondo occidentale: si parte da questi punti di riferimento classici ma, una volta entrati, i visitatori dimostrano molta curiosità verso le mostre collaterali e meno "tradizionali" legate a design e tecnologia. Il nuovo sorprende.

Come avviene il suo lavoro curatoriale e di ricerca?
Ho moltissime fonti di informazione, a partire da Twitter. Navigo sui siti, sui social, su Instagram e ho tante app che mi selezionano le notizie interessanti. La verità è che non leggo quasi niente interamente, cerco piuttosto di tenere sempre gli occhi ben aperti. Mi piace comunque molto la rivista di design Uncube, che ha spesso approfondimenti insoliti, leggo il New Yorker e tanti libri di saggistica, narrativa. Non esiste una metodologia precisa di ricerca in questo ambito: negli Usa si parla di Rabbit Hole, il buco del coniglio. È come in Alice nel Paese delle Meraviglie: non sai mai cosa potrai trovare, bisogna sempre curiosare e andare avanti.

Nel 2015 quali sono state le mostre che ha preferito?
Ho amato molto il progetto DeMonstrable alla Lawrence Wilson Art Gallery di Crawley, in Australia: una mostra dedicata agli esperimenti di biodesign che mi ha molto affascinata. Mi è piacuta moltissimo anche la mostra dedicata all'artista Theo Jansen al Peabody Essex Museum negli Stati Uniti: le sue sculture cinetiche sono uniche.

Lei ha iniziato a lavorare al MoMA molto giovane, italiana negli Stati Uniti. Si sente di dare qualche consiglio a chi vuole fare carriera in ambito "creativo"?
Premesso che non ho scelto di essere curatrice – non avevo nemmeno ben chiaro che cosa significasse, ho risposto a un annuncio su un giornale – il solo consiglio che mi sento di dare è quello di cogliere le occasioni senza tirarsi mai indietro. Nel mio caso ero ancora una studentessa alla Facoltà di Architettura quando un giorno il mio Professore Cino Zucchi chiese se potevo dare una mano per preparare una mostra in Triennale. Da quel sì e da quel piccolo lavoro occasionale ha avuto inizio tutto. In una carriera artistica non ci sono strade precise: occorre lavorare duro e sapere vedere le buone opportunità quando si presentano. È un po' come il Rabbit Hole: non si sa esattamente dove si andrà, ma sarà un viaggio interessante.

www.italiansfestival.it 
designandviolence.moma.org

SCOPRI ANCHE:

La mostra This is for Everyone, al MoMA fino al 31 gennaio 2016


di Marzia Nicolini / 7 Novembre 2015

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