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C'è un film al cinema che tutti gli architetti dovrebbero vedere

Rinaldo Rocco, sceneggiatore di Dove non ho mai abitato insieme al regista Paolo Franchi, ci racconta un film che parla d'amore e di spazi

film al cinema dove non ho mai abitato

 La villa dell'Architetto Ugo Bruno ad Avigliana chiamata Villa Scacchi nel film.

C'è un film al cinema che sembra una lezione di architettura. Anzi, una lezione d'amore. Dove non ho mai abitato, questo il significativo titolo dell'ultimo film di Paolo Franchi in questi giorni nelle sale, racconta di un uomo, Massimo (Fabrizio Gifuni) e una donna, Francesca (Emmanuelle Devos), unica figlia di un famoso architetto di Torino, Manfredi (Giulio Brogi). Di stanza a Parigi, Francesca rientra a Torino in occasione del compleanno del padre e, in seguito a un infortunio domestico dell'ormai anziano genitore, sceglie di fermarsi più a lungo. Manfredi ne approfitta per farle seguire il progetto di una villa su un lago per una giovane coppia di innamorati insieme a Massimo, suo figlio putativo.

Questa, a grandi linee, la sinossi del film, da cui traspare già l'inizio di sentimenti complicati ma, soprattutto, l'importanza degli spazi, delle architetture e delle case. Un'importanza che nasce ovviamente dalla professione dei protagonisti ma che finisce per svilupparsi in tutta la storia, tanto da farci venire voglia di fare qualche domanda a Rinaldo Rocco, autore della sceneggiatura di Dove non ho mai abitato insieme al regista Paolo Franchi.

 

“Dove non ho mai abitato” è una relazione che non si vive, ma anche tante case dove non si abita, eppure i protagonisti sono proprio l’amore e gli spazi. E l’amore per gli spazi. Quanto è stata importante la scelta delle location nella storia?

La scelta delle location è fondamentale in ogni film, è il palcoscenico dove si svolgeranno gli avvicendamenti umani dei personaggi. Trovare dei luoghi che “discorrano” con questi personaggi, che raccontino di loro, è una sfida molto stimolante, un gioco psicologico eccitante. In questo senso la villa che i nostri architetti stanno costruendo per i due giovani innamorati è stata una scoperta preziosa dello scenografo Gianmaria Cau con il location manager Federico Fusco. Una villa di stampo modernista, firmata dall'architetto Ugo Bruno, immersa nel verde e isolata da tutto. Una costruzione che all'apparenza “dialoga” con il mondo circostante, (tramite i materiali che in parte la rivestono, per esempio) ma che “guarda”, immobile verso il lago, la vita che le scorre davanti. Un po' come le vite di Francesca (Emanuelle Devos) e Massimo (Fabrizio Gifuni), apparentemente radicati in una vita piacevole ma che in realtà sono spettatori della vita degli altri, interiormente isolati dal resto del mondo con la vertigine di un vuoto esistenziale, che ben si sposa con le stanze vuote della villa. Ma l'apporto che Francesca darà a questa casa, che fino al suo arrivo “mancava di qualcosa”, sarà proprio quello di aggiungere una stanza di vetro “che sembra la lanterna di un faro”, come dirà lei stessa. Una luce, quindi. Un cuore, dico io. Le stanze vuote, le vite vuote di Francesca e Massimo, si riempiono di un cuore che illumina le loro esistenze mettendoli a nudo uno di fronte all'altra. Ma è un cuore di vetro e legno, forse troppo fragile per resistere alle intemperie della vita.

L'interno di Villa Scacchi, la villa a cui lavorano Massimo e Francesca i protagonisti del film.

Nel film c’è uno spaccato interessante degli interni torinesi, dell’abitare in un palazzo storico e in una casa moderna: come cambia il modo di vivere gli spazi e di arredarli? Che legame c’è tra la casa e i suoi proprietari?

Quando si entra a casa di qualcuno e ci si guarda attorno, si capiscono molte cose del padrone di casa. La casa dell'architetto Manfredi (Giulio Brogi) racconta di un carattere molto particolare. Un sontuoso appartamento di un antico stabile nel centro di Torino, importante e quasi “minaccioso” come il personaggio che lo abita ma che rimane abbastanza astratto, privato di tutte quelle piccole cose quotidiane che lo avrebbero reso “verosimile”. Se si nota non c'è nessuna fotografia di famiglia in giro, nulla di Francesca. Solo un ritratto della moglie (una famosa designer ndr) sul comò in camera e, soprattutto, la sua presenza incombente con le sue opere. La testata del letto è un disegno della moglie che viene ripreso anche nel pannello bianco all'ingresso dello studio di architettura e che ricorda le geometrie della fontana che costruirono insieme. Una presenza silenziosa, ingombrante che non ha mai lasciato la scena e lo spazio a nessuno, men che meno a Francesca, anche dopo la sua morte.

Emanuelle Devos è Francesca, la protagonista del film.

L’altro aspetto del film in cui qualsiasi architetto si identifica è il rapporto con il committente: quante volte ci si arrabbia perché la casa non è vissuta come “da progetto”! Eppure, una casa è tale anche grazie agli errori, alle cose sbagliate che ci mettiamo dentro, ai ricordi… Tu hai raccontato questa presa di coscienza attraverso Massimo, l’architetto che sta progettando il restauro, ce lo spieghi meglio? 

Il rapporto che Massimo ha con il suo committente è inconsciamente quasi uno scontro ideologico. Il giovane innamorato, Paolo (Fausto Cabra), reclama uno spazio in più per la villa. Uno spazio privato e intimo che Massimo sembra quasi non volergli dare. Elude la richiesta, rimanda...non ce la fa.  Non vuole dargliele tutte vinte, non lui che si è fatto da solo e che il cuore lo ha messo nel congelatore da anni. Eppure tutto il suo lavoro è proteso nel costruire la casa dei sogni per questi ragazzi che si amano. Ad un certo punto Massimo lo capirà, mollerà i freni (anche grazie a Francesca) e li lascerà liberi, loro sì, di abitare e amarsi nello spazio da lui costruito. Quando Massimo racconta a Francesca che Paolo vorrebbe mettere un mobile in un angolo della casa da lui giudicato sbagliato, Francesca sorride, sicura che l'architetto avrà protestato. “No, non ho detto niente” risponde Massimo. “Ed è giusto così, questa è la loro casa” risponde Francesca. Saranno i  loro errori, i loro sbagli e i loro ricordi a fare di quella casa il centro del loro amore, non quelli di Massimo e Francesca.

Giulio Brogi è l'architetto De Marchi, padre di Francesca.

Emanuelle Devos con il regista Paolo Franchi.

E poi ci sono le case che non si abitano, la casa a Parigi di Francesca, quella di Massimo a Torino con tutti gli scatoloni ancora da disfare: perfettamente arredate, eppure non-luoghi. Come li hai raccontati?

Esatto. Le case che si abitano, ma non con il cuore, diciamo. La casa di Parigi di Francesca è perfetta. In stile Decò, non c'è nulla di fuori posto. Congelata nella stessa inquadratura che Paolo Franchi, il regista, riprende sempre dalle stesso punto. Quasi fosse un palcoscenico fittizio: la messa in scena della vita apparentemente “bellissima” di Francesca dove però, in questa immobilità, ha congelato anche il suo cuore. Diversa la casa di Massimo. Un posto letteralmente provvisorio e quasi non abitato. Scatoloni ancora da disfare, il frigorifero vuoto, il resto di una cena consumata velocemente da solo... rappresentano un distacco, un disamore, non solo dello spazio, ma dal proprio io. Concentrato nel fare case per gli altri, non si accorge del deserto che costruisce nella sua. 

L'esterno di Villa Scacchi.


di Carlotta Marelli / 21 Ottobre 2017

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