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Didier Faustino: l'intervista in occasione dell'esposizione al MAXXI

L'architetto e artista indaga il rapporto tra il corpo e lo spazio in una serie di lavori in mostra attualmente a Roma, Chicago, Londra, Grenoble e Mexico City

Difficile limitare geograficamente Didier Faustino, artista e architetto franco-portoghese, classe 1968. Al momento il suo lavoro è in mostra al Maxxi di Roma, nella collettiva Transformers (leggi → Mostra Transformers al MAXXI), alla Chicago Architecture Biennial intitolata The State of the Art of Architecture (fino al 3 gennaio 2016), al Magasin di Grenoble (con una importante personale sempre fino al 3 gennaio), alla nuova Parque Galería di Mexico City e nella Bedford Square londinese, con l’installazione di un palco dalla forma esplosiva che invita i passanti a parlare in pubblico, di fronte all’Architectural Association School of Architecture.
Il suo tema ricorrente? Il corpo e lo spazio. Una relazione che viene indagata tanto nei terrificanti viaggi dei migranti come nel bacio intenso di una coppia. Abbiamo chiesto all’autore – uno dei ricercatori più interessanti dei nostri tempi, spirito libero e critico – di parlarci della sua opera.

Qual è l'origine della tua attenzione per il rapporto tra corpo e spazio?
È una costante fondamentale del mio lavoro, che risale agli anni della laurea (conseguita a Parigi nel 1995). Per un architetto è impossibile non prendere in considerazione questa relazione, io cerco di esplorare tutte le possibilità di una architettura potenzialmente a misura d'uomo. La scala umana riguarda la nostra condizione di individui: sociale, politica, intima...

Ti sei definito un alchimista. Perché?
Un alchimista ricerca combinazioni inedite, riflette e fa congetture. È quello che piace fare a me.

Durante la Biennale d'Arte dell'Avana hai realizzato un progetto che esplora le architetture in rovina: Exploring Dead Buildings 2.0, ora in mostra al Maxxi. Ce ne parli?
È la seconda di una serie di esplorazioni. La prima è stata a Tbilisi (Georgia), dove ho realizzato con gente del luogo un veicolo non motorizzato, una specie di drone fatto con materiali di recupero con il quale abbiamo perlustrato le rovine del Ministero delle Infrastrutture dell’ex Repubblica Socialista Sovietica Georgiana registrando tutto. Per la Biennale dell'Avana il contesto era diverso. Inizialmente ho presentato una proposta iniziale che non è stata accettata dalla commissione. Sono volato a Cuba poche settimane dopo e lì ho scoperto la Escuella de Ballet, architettura progettata nei primi anni '60 dall'italiano Vittorio Garatti. Ho dunque deciso deciso di dare il via a una seconda esplorazione con un progetto ancora più ambizioso. Abbiamo costruito delle gabbie: dei dispositivi per il corpo che supportassero le telecamere proteggendo l'utilizzatore. Abbiamo programmato una performance esplorativa e realizzato un film coinvolgendo anche l'architetto. Lo abbiamo incontrato a casa sua, in Italia, e lo abbiamo ascoltato parlare di gioventù, idee e utopie...

In effetti, hai progettato una ben strana apparecchiatura per questo lavoro. Qual è il tuo rapporto con le nuove tecnologie?
Le GoPro che abbiamo usato sono in realtà una controproposta alle nuove tecnologie. I performer che hanno indossato le gabbie sono una sorta di droni low-tech.

Lavori anche per riviste di settore, scrivendo di progettazione. Come ti tieni aggiornato?
Ho appena iniziato una collaborazione con la rivista di architettura CREE, di cui sono editor in chief. Grazie alla mia attività, mi trovo spesso a contatto con forme di creatività contemporanea. A volte è bello esserne parte, ma in certe occasioni è un'ottima cosa mantenere le distanze e pensare a quello che sta succedendo, chi sono le persone che stanno cambiando le cose e dove sono. Insegno anche all'Architectural Association School of Architecture di Londra. È di grande aiuto seguire le prossime generazioni di architetti.

Vuoi segnalarci qualcosa di speciale in cui sei incappato di recente?
Ho visitato Casa Ventura, la villa disegnata da Tatiana Bilbao a Monterrey, in Messico. La cosa migliore che abbia visto quest'anno.

didierfaustino.com

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La seduta Love Me Tender di Didier Faustino
La seconda mostra personale di Didier Faustino: We can't go home again


di Annalisa Rosso / 12 Novembre 2015

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