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Se cerchi casa prova con un faro. Parola di Fala Atelier, lo studio più ottimista di Oporto

"Se hai la possibilità di scegliere, perché rimanere nell'ovvio?" è la domanda dietro il lavoro dello studio portoghese, che ci racconta come si fa un'architettura naive

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Mettono tutti in discussione da Fala Atelier (Fala in portoghese significa "conversazione informale"), lo studio di Oporto fondato nel 2012 da Filipe Magalhães and Ana Luisa Soares, a cui si è aggiunto l'anno successivo anche Ahmed Belkhodja. Qui l'architettura è un gioco ma anche un'analisi, una via divertente di analizzare la realtà e distruggere una ad una le convenzioni. Grazie anche a dei bellissimi disegni. Ecco come lo spiegano loro.

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Vi definite come studio  come studio naïve che costruisce architetture ottimistiche, edonistiche, postmoderne, intuitive e retoriche. Cosa significa?

Significa trarre davvero piacere da ciò che facciamo. Ci divertiamo facendo il nostro lavoro, che è quello di produrre architetture. La dimensione dei nostri progetti non è una limitazione per le nostre ambizioni e ora che stiamo crescendo in scala traiamo lo stesso piacere di prima.

Intendiamo creare una nuova condizione di architettura che non sia di per sé veramente nuova, ma che esiste solo se è in grado di produrre qualcosa di nuovo. Non si tratta di “inventare” qualcosa, ma di fare qualcosa che possiamo definire come nostro.

Giochiamo tanto con la logica pura quanto con le possibilità che ci suggerisce l’istinto: il nostro processo di lavoro non è lineare.

Tutto inizia con un passione potente per l’architettura, tanto da non riuscire a resistere all’attrazione. E da qui viene la nostra determinazione malsana e la nostra devozione al lavoro. Vediamo l'architettura come un modo di guardare il mondo che ci circonda, come un modo per impegnarsi, forse anche come una conquista della realtà. Sempre lavorando con una genuina curiosità, sensibilità e insistenza a guardare le cose da un diverso punto di vista, rompendo le convenzioni.

Siamo consapevoli di essere uno studio giovane ufficio. Talvolta possiamo essere infantili o ingenui. E siamo innocenti in un certo senso, non vogliamo ancora essere seri: cerchiamo di mantenere il senso dell'umorismo, dell'ironia e di vederci come uno strano mix di modestia e di autocertificazione (ma anche di essere abbastanza coraggiosi per essere noi stessi), inventandoci ogni giorno. È un mix tra l'energia e l'ansia, il periodo della ricerca, della riflessione e della scoperta.

Siete portoghesi, ma avete lavorato all'estero: quali influenze hanno le esperienze vissute al di fuori del Portogallo sul vostro lavoro? C'è un modo per progettare e vivere gli interni puramente portoghese? Quanto si riflette nelle vostre case?

I nostri periodi in Svizzera e Giappone, più degli altri, ci hanno aiutato a definire una certa posizione verso la dimensione abitativa. In entrambi i paesi abbiamo trovato i lati estremi dello spettro: sistemi perfettamenti opposti.

I nostri riferimenti sono molti,alcuni completamente sconnessi dalle nostre esperienze precedenti, ma soprattutto in Giappone abbiamo trovato una serie di nomi che hanno veramente cambiato la nostra comprensione dello spazio domestico. Shinohara, un giovane Toyo Ito, Sakamoto… la nostra comprensione europea dello spazio può trarre molti benefici dalla connessione con questi architetti eccezionali.

L'architettura è un'integrazione del fare e del pensiero. Stiamo cercando di stabilire la nostra identità, il nostro stesso discorso e mettere in discussione coloro che sono venuti prima. Interagire con la storia dell'architettura, con la tradizione è fondamentale. Selezionando attentamente i nostri eroi, costruendo il nostro universo di riferimenti, di copie e di citazioni. In questo modo stiamo fissando il fondamento del nostro lavoro moltiplicando questi strati di riferimenti, manipolando frammenti di altri edifici e spazi. E ci aiuta a trovare cose che sono interamente nostre. L'architettura diventa un atto di curatela.

Viviamo nel nostro universo di ossessioni e vincoli personali, compilando lentamente il nostro vocabolario, affrontando il linguaggio dell'architettura. Lottare per la coerenza, ma anche essere impegnati a fare nuove scoperte. Subiamo il fascino delle curve, dei bagni triangolari, delle colonne che non toccano il soffitto, delle griglie perfette e di quelle leggermente distorte, del colore verde-azzurro e del rosa.

Nel vostro lavoro, il design è di grande importanza: create immagini molto accurate con dettagli infantili. Qual è il rapporto di questi disegni con le vostre architetture?

Le immagini e i disegni sono complementari e contraddittori. Non possiamo lavorare senza entrambi: insieme creano un intero inquieto, espandendo ogni progetto come una serie di metafore visive. I collage sono espressioni impressioniste, i disegni sono una retorica congelata. Le immagini hanno sentimenti, i disegni sono razionali (spesso insopportabili nella loro serietà).

Le immagini imprecise e speculative sono quindi strumenti più forti di rappresentazioni chiuse e fotorealistiche. Le loro incertezze generano un limbo necessario: creano una distanza dalla realtà. I collage citano, rubano e combinano i riferimenti mentre cercano la bellezza in modo sconcertante e ingenuo. Gli errori diventano preziosi e il fascino nasce dalla costruzione visiva, dalla manipolazione di frammenti in un mondo denso di riferimenti. Intellettuali nell'intenzione, sono un esercizio fragile ed umile, il matrimonio della razionalità dell'architettura con le bellezze inconsistenti della realtà.

Ogni immagine di uno spazio racconta una breve storia.

Spesso avete lavorato su piccoli interni, con un design quasi sartoriale che si basa su alcuni dettagli, sul colore e sulla progettazione di mobili su misura. Possiamo parlare della vostra architettura come di un allestimento?

Siamo a Oporto e in qualche modo ci confrontiamo con la città su una base quotidiana: un contesto che ha i suoi limiti e che potrebbe portarci a lavorare con tipologie molto simili. Ma la limitazione è una buona cosa per noi: rappresenta uno stimolo a essere più inventivi, cercando di trovare dettagli significativi in ​​questi edifici banali, cercando di creare l'ordine nella confusione. Poi tutti i progetti diventano una novità in una certa misura. Ogni edificio è una miscela equilibrata dell'esagerato, del noioso e del naif. E alla fine puoi intervenire facendo tantissime cose al loro interno proprio perché gli spazi non sono perfetti: una grandiosa facciata posteriore che può essere vista solo da quattro persone, una colonna di cemento proprio davanti alla finestra che dovrebbe essere un errore ma finisce per essere il nostro punto preferito (ancora una volta, ci preoccupiamo della perfezione ma siamo sempre innamorati degli errori).

Si tratta di una bellezza non convenzionale fatta di errori e imperfezioni, soluzioni economiche,  del “brutto e ordinario” di Venturi (questo è il nostro lato postmoderno). È il disordine. Siamo innamorati di questi ambienti umili, non raffinati e rumorosi. E a volte facciamo cose che sono l’opposto del buon gusto. Naturalmente cerchiamo la bellezza, ma quella umile, incompleta. E tifiamo per gli errori, cercando di trovare il successo in certi fallimenti appassionati. La perfezione è noiosa.

Se stessi cercando una casa a Porto e voi foste i miei architetti, come mi aiutereste a trovare una soluzione non convenzionale? 

Ti consiglieremmo di non cercare una casa, ma qualcos’altro che possa diventare una casa. Un magazzino, un fienile, un serbatoio d'acqua, un faro... se hai la possibilità di scegliere, perché rimanere nell'ovvio?

Ma prima di dirti questo, ti chiederemo di considerare la possibilità di progettare la tua casa da zero. Se accettassi, faremmo in modo che assomigliasse a un fienile, a un serbatoio d'acqua, a un faro...

www.falaatelier.com


di Carlotta Marelli / 3 Agosto 2017

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