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Elle Decor Italia

I film di Ila Bêka e Louise Lemoine, l'architettura attraverso le storie di chi ci abita

Intervista alla coppia italo-francese per scoprire il dietro le quinte del loro lavoro, a partire dall'ultimo, presentato in anteprima italiana a Festival on Festival

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Un frame di The Infinite Happiness, il film di Ila Bêka e Louise Lemoine dedicato a 8 House, complesso residenziale progettato da Bjarke Ingels (Studio BIG) alla periferia di Copenaghen

Festival on Festival, è il nuovo progetto di Milano Design Film Festival nato in occasione della XXI Triennale. Curata da Antonella Dedini, Silvia Robertazzi (le due fondatrici di MDFF) e Porzia Bergamasco la rassegna si snoda in otto appuntamenti per esplorare e definire l'abitare oggi.

Il programma è stato inaugurato sabato 16 aprile con la prima italiana di The Infinite Happiness, il film del duo Ila Bêka e Louise Lemoine che restituisce il modello abitativo del complesso residenziale 8 House, progettato da Bjarke Ingels alla periferia di Copenaghen, attraverso chi ci vive, ci lavora e ne gestisce gli spazi. (guarda il trailer)

Noi ci siamo andati e abbiamo chiesto alla coppia italo-francese di registi di raccontarci il backstage del loro lavoro, così diverso dal modo di documentare l'architettura a cui siamo abituati.

I vostri lavori raccontano l'architettura attraverso chi la vive. Le persone trasformano l'ambiente costruito? In che modo?
Louise Lemoine: Lavoriamo su architetture vissute da tempo. Quella di Copenaghen, abitata da 5 anni, è la più recente che abbiamo mai raccontato. In genere lavoriamo su edifici che hanno almeno 10-20 anni, anche 50. Ci piace osservare come i progetti di un architetto dialogano con la realtà, con i sogni di chi li abita, come un'architettura nata come disegno astratto evolve con la vita e le sue necessità.

Come nasce un vostro film?
Ila Bêka: Abbiamo chiesto un appartamento e ci siamo trasferiti lì per un mese, cercando di entrare a far parte della comunità.
LL: In genere quello che viene chiamato “film d'architettura” ha lo scopo di spiegare un edificio. I nostri sono video-diari di un'esperienza vissuta al suo interno. Abitare in un edificio per un mese o più ci permette di capire come viene vissuto, l'impatto che ha sulla gente. Abbiamo conosciuto il vicino, e il vicino del vicino, fino a costruire una rete umana, una trama di relazioni per comprendere come funziona la 8 House e girare questo film.

Come scegliete i protagonisti delle vostre storie?
IB: Ci interessano le architetture come contenitori di persone. Spesso ci interessiamo ad architetture sperimentali, nate come prototipi, pensate per migliorare l'esperienza abitativa, e verifichiamo questo intento parlando con le persone e capendo come funziona la comunità che si è creata al loro interno.

Gli architetti come reagiscono al vostro lavoro?
IB: Guardare come gli spazi vengono vissuti è uno strumento di progetto molto interessante per sapere come le loro ipotesi sull'architettura si siano verificate o meno
LL: Quello che offriamo è una temporalità di sguardo molto diversa dal reportage di una giornata, che si risolve in una serie di scatti bellissimi ma incapaci di parlare di una realtà vissuta. Il nostro lavoro richiede una disponibilità di tempo e mezzi superiore ai tempi dei media ma la chiave di comprensione di questo progetto è proprio che noi non siamo al servizio dell'architetto per comunicare il suo edificio. La nostra è un'inchiesta antropologica per capire il retroscena, il 'come funziona' nella vita reale.

La gente abita diversamente un'architettura storica e una contemporanea? Mi riferisco per esempio a un complesso storico come il Barbican e uno contemporaneo come la 8 House...
IB: Le architetture che filmiamo sono sempre molto conosciute, quindi l'orgoglio c'è anche in un architettura giovane.
LL: L'orgoglio di vivere in un luogo eccezionale crea una comunità. Abbiamo girato i due film uno dopo l'altro, cambiando anche scala (il Barbican ospita più di duemila appartamenti e il più grande centro culturale d'Europa, è quasi una città). Nell'arco di 50 anni la tipologia degli abitanti è cambiata molto: se una volta era considerato uno degli edifici più brutti del Regno Unito, oggi è stato rivalutato, Questo ha portato a grandi cambiamenti sociali, passando da un legame con l'attività delle banche della City alla creazione di una gated community di alto livello. Rimangono però alcuni degli abitanti originari, non così benestanti, né così soggetti al fascino del luogo. Questa è la principale differenza rispetto alla Danimarca, dove vive una comunità giovane di persone che hanno scelto un'architettura di Bjarke Ingels.

Cosa vorreste raccontare ora?
IB: Stiamo ampliando la scala, avvicinandoci a quella urbana. Gli ultimi film sono su pezzi di città, raccontanti con la stessa metodologia, cercando di cogliere la ricchezza di relazioni. In particolare abbiamo lavorato su Place de la Republique a Parigi, filmando per 24 ore una giornata qualsiasi e cercando di capire la relazione con lo spazio. Una piazza e una cultura si riflettono tra di loro, una piazza di Parigi è diversa da una di Roma (l'altra città su cui dovremmo lavorare ora, insieme al Messico). 

www.bekapartners.com

www.milanodesignfilmfestival.com

SCOPRI ANCHE:
→ L'edizione 2015 del Milano Design Film Festival


di Carlotta Marelli / 21 Aprile 2016

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