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Da Eindhoven ad Assisi, Joseph Grima
 è l'uomo dell'anno?

Il neo-direttore creativo della Design Academy di Eindhoven, racconta i suoi progetti in cantiere, da Universo Assisi a Matera 2019


intervista-joseph-grima
Victor Jeffries

È ufficiale, Joseph Grima sarà il nuovo direttore creativo della Design Academy di Eindhoven, considerata la scuola delle scuole nel campo del design, il luogo dove nascono alcune delle idee più innovative e si formano i migliori progettisti del futuro. A soli 40 anni Grima, architetto, co-fondatore dello studio Space Caviar, ha già ricoperto una lunga serie di ruoli importanti in giro per il mondo: ha curato la Biennale Interieur a Kortrijk, la Biennale di design di Istanbul, la Biennale di architettura di Chicago, è stato il più giovane direttore della rivista Domus, ha insegnato in istituti prestigiosi come la Architectural Association di Londra ed è il direttore dell’Ideas City festival del New Museum di New York. Di origini anglosassoni, naturalizzato italiano, è anche l’uomo del momento alla direzione di due tra le più interessanti iniziative culturali in cantiere nel nostro Paese: Universo Assisi, in scena dal 20 al 23 luglio con un calendario di talk, performance e concerti, e Matera Capitale europea della cultura 2019. Tra una riunione e l’altra, Grima ci dedica una lunga intervista, in cui racconta con cura, scandendo bene ogni particolare, questa fase così intensa della sua carriera, come se avesse a disposizione tutto il tempo del mondo.

Cosa significa per lei essere il nuovo direttore creativo di Eindhoven?
È uno straordinario privilegio e una grande sfida pensando alla tradizione che ha questa scuola sulla perenne messa in gioco del significato della parola ‘design’, visto come un qualcosa per cui non esiste una formula e i cui limiti sono perennemente mobili. ‘Designing design’, ovvero il progetto del progettare, è forse la più grande innovazione di Eindhoven e rappresenta una spinta continua a ridefinire ciò che significa essere un designer. Sono molto felice di questo incarico.

Nei sette mesi in cui la posizione è rimasta scoperta, gli studenti hanno presentato la loro lista di nomi desiderati. Tra questi nomi c’era il suo. Com’è andata?
L’accademia si è presa il tempo necessario per riflettere, piuttosto che fare la corsa alla nomina del nuovo direttore. Ci hanno pensato a fondo, sia in termini istituzionali formali, sia in maniera non sancita dall’istituzione stessa, ad esempio con la proposta degli studenti. Il reale coinvolgimento dei ragazzi è un ottimo segnale perché spesso uno dei problemi degli istituti è una sorta di indifferenza generale rispetto al futuro.

La preoccupazione degli studenti, espressa in una lettera aperta, era che la scuola rischiasse di piegare la propria vocazione di incubatore creativo a vantaggio della mera performance economica. Cosa ne pensa?
L’accademia non esiste in un vuoto politico e economico ma fa parte di un paesaggio pedagogico, culturale, formativo molto più ampio. Non possiamo ignorare le dinamiche dei finanziamenti alla cultura e degli investimenti. Tuttavia, perfino in questa condizione così precaria - come è vista dalla prospettiva degli studenti, - penso che Eindhoven sia privilegiata rispetto a qualsiasi altro Paese. Il fatto triste è che sia diventata un’eccezione (e non la regola) investire in maniera seria e totale nella ricerca e nella sperimentazione di pensiero. È davvero un’indicazione di quanto siamo messi male. Non sarà tuttavia compito mio definire in che misura la scuola potrà dipendere dai fondi pubblici, ma posso dire che, pur essendo molto conscio delle polemiche in atto, mi sono trovato positivamente sorpreso della visione progressista dimostrata da tutti i membri del comitato di supervisione. Nessuno mi è sembrato voler diluire la forza di questa posizione o compromettere in qualche maniera lo spirito indipendente, quasi militante, della scuola nello scenario internazionale del design. Ciò mi ha molto rincuorato.

In che direzione si è scelto di andare alla luce della sua nomina?
Al di là di aver tenuto in passato un paio di workshop a Eindhoven, la mia presenza nella scuola non è stata affatto assidua, perciò la mia nomina suona tutt’altro che una scelta ovvia. Inoltre sarò il primo direttore creativo non olandese in oltre 60 anni di storia dell’istituto. Mi sembra una chiara presa di posizione non di mercato, perché io non sono lì per quello e non sono neanche particolarmente bravo a fare quello. Sicuramente ci sono altri che sono più bravi di me. Ritengo che la mia nomina abbia voluto ribadire l’indipendenza e la volontà di investimento nella ricerca e nello sguardo verso il futuro. Fra un anno saprò dire di più. Non ho nessuna illusione che sarà facile, ci saranno di certo mille punti di discordia, però quantomeno a livello di ambizioni mi sembra che siamo tutti allineati, studenti compresi.

In questo periodo è impegnato anche con un’altra sfidante iniziativa: la direzione di Universo Assisi, un ruolo che allarga il suo raggio d’azione in campo culturale. Come lo concilia con la sua professione di architetto?
In realtà l’attività del mio studio basato a Genova è in parte strumentale a progetti come Universo Assisi. Anche se ci occupiamo come punto di partenza di architettura e città, molti dei lavori che realizziamo coinvolgono la dimensione performativa. Direi che ci posizioniamo a metà fra l’architettura e la coreografia. Vedo Universo Assisi come l’espressione della mia visione dell’architettura fatta di corpi umani che si incontrano, di discipline che si intersecano.

Lei ha trascorso gran parte della sua vita proprio ad Assisi. Quale trasformazione vuole portare nella città?
Tra gli scopi del festival c’è anche quello di rianimare luoghi chiave della città che spesso sono vissuti passivamente e lasciati in mano ai turisti. Fin da quando vivevo qui ho sempre assistito alle stesse identiche iniziative, molto rivolte al passato, improntate al Medioevo, a San Francesco. L’idea che Universo Assisi possa essere anche una piattaforma contemporanea che guarda al futuro mi dà immensa gioia e rappresenta un nuovo inizio estremamente gratificante.

Qual è l’evento che non si perderà come spettatore?
Sicuramente la conversazione tra Rem Koolhaas [archistar olandese, n.d.r.], Hans Ulrich Obrist [co-direttore della Serpentine Gallery a Londra, n.d.r.] e i membri di Superstudio [studio di architettura nato a Firenze nel 1966 e ancora oggi tra i più influenti al mondo, n.d.r.] L’idea di questo incontro è nata in Giappone parlando con Rem e Hans e finalmente è arrivato il momento di metterla in atto. Sarà una sorta di ritrovo, con un elemento che lo rende ancora più interessante: Koolhaas non vede di persona i Superstudio dal 1971.

Nel frattempo c’è anche Matera 2019, una sfida altrettanto grande anche perché low budget.È low budget rispetto alla tendenza dei progetti megalomani delle capitali della cultura, da centinaia di milioni di euro. Tuttavia con i 54 milioni a disposizione si possono fare delle belle cose comunque. Ho sempre il sospetto che come il petrolio ha portato le guerre, così l’eccesso di denaro porta fallimenti. In questo senso spero che tale ristrettezza di risorse possa fare bene al progetto. Inoltre io mi sento molto più a mio agio in una condizione di relativa parsimonia che non di fondi illimitati. 

All’interno del programma c’è l’Open Design School (ODS), un progetto anche questo connesso all’educazione rivolto ai giovani. Perché è così importante educare al design?
ODS non sarà una scuola ma un laboratorio, un luogo di scambio di idee in cui la formazione continua dopo quella canonica. Non sarà una dinamica gerarchica di professori e studenti ma una dimensione alternativa in cui ognuno è allo stesso tempo colui che apprende e che condivide la propria conoscenza. Lo spirito sarà di imparare anche lavorando in termini concreti perché mentre le scuole - come Eindhoven tra l’altro - tendono a distaccarsi dalla manualità e dalla produzione, ODS vuole occuparsi di reali progetti e proporsi come cantiere di produzione vero e proprio.

Di recenti alcuni suoi colleghi stranieri hanno rischiato di perdere i propri incarichi alla guida di importanti istituzioni culturali italiane per una sentenza del Tar, poi sospesa, che ha decretato illegittime le loro nomine. Eppure i numeri dicono che l’apporto delle figure internazionali sta giovando molto. Cosa ne pensa?
Come può immaginare, da persona di origini inglesi, nonno maltese, nonna italiana nata in Francia, non è che tenga in grossa considerazione la questione della nazionalità. Siamo tutti europei, e la nostra unica speranza di sopravvivenza e di felicità futura è di riconoscerci tali. Se cominciamo ad erigere muri all’interno dell’Ue siamo veramente finiti. L’Italia tende purtroppo a vivere di rendita di un passato assolutamente glorioso, che però viene visto come un qualcosa che sta lì per definizione e poi uno vende gelati per camparci. Questo è impensabile. Il nostro patrimonio va ovviamente valorizzato ma abbiamo anche la responsabilità per noi stessi e per i nostri figli di continuare a essere attivi nel produrre cultura del nostro tempo. Non possiamo semplicemente vivere di quello che l’Italia è stata nel Rinascimento. Nel nostro impegno verso la conservazione, dobbiamo avere anche l’obiettivo di offrire un’interpretazione che sia contemporanea. Il protezionismo, le posizioni retrograde, l’idea che l’Italia sia al sicuro perché ha ereditato dai suoi avi così tanta bellezza da poter campare di rendita, sono strade che puntano dritto verso il precipizio a cui siamo purtroppo già abbastanza vicini.

Cosa farà quest’estate oltre a lavorare?
Amo gli estremi. L’estremo Nord, Sud, Est e Ovest. E in uno di questi quattro punti cardinali - parlo sempre dell’Europa - passerò alcune settimane dell’estate per trovare un po’ di pace, di meditazione e di distanza. Ho la fortuna che nella mia professione non è sempre possibile distinguere tra lavoro e non lavoro ma sicuramente quello che riconosco come tale sarà lasciato a casa.

www.designacademy.nl

universoassisi.it

www.spacecaviar.net


di Laura Ghisellini / 13 Luglio 2017

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