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Chi era davvero John C. Portman, sognatore di skyline e di oasi urbane

Con i suoi svettanti "hotel ad atrio", dagli Usa all'Asia, ha cambiato per sempre l'architettura degli alberghi di lusso, ma anche gli skyline delle grandi metropoli

john-c-portman
Getty Images

93 anni, tanti ne aveva John C. Portman. Il maestro statunitense, forse uno degli architetti più grandi del 900, ci ha lasciati venerdì scorso. A darne l’annuncio sono stati i familiari sul New York Times senza specificare le cause. Classe 1924, John Calvin Portman Jr, questo il nome completo, era assurto alla fama internazionale nel 1967 grazie all’hotel Hyatt Regency Atlanta, progetto con cui inaugurò la serie di “alberghi ad atrio”, idea che avrebbe tanto influenzato la successiva architettura globale degli hotel di lusso: la concezione di grandi atrii a più piani all’interno di uffici e strutture d’accoglienza. Volumetrie innovative, spettacolari e cinematografiche che incisero sugli skyline di alcune metropoli americane e asiatiche. 

Nato a Walhalla in Carolina del Sud, dopo aver servito in Marina, Portman studiò presso il Georgia Institute of Technology di Atlanta, città in cui maturò il suo stile neofuturista. Qui realizzò uno dei suoi progetti più noti e iconici: il Peachtree Center, un vero e proprio distretto multifunzionale, caratterizzato da strutture alte e collegate da “ponti sopraelevati”. Oltre al già citato Hyatt, Portman firmò molti altri edifici del complesso, come il Peachtree Center Office Building, l’Atlanta Marriott Marquis (52 piani), il Westin Peachtree Plaza Hotel (73 piani), il SunTrust Plaza (60 piani).

Tutte le foto: Getty Images

Non solo architetto, Portman era anche imprenditore edile. Per questo poteva realizzare liberamente i propri progetti visionari, non senza ricorrere a finanziatori esterni. Scopo del suo ingaggio, nel caso di Atlanta e di altre città, era quello di redimere le sorti urbanistiche di interi quartieri. E se in un primo tempo le sue “città nelle città” (così vennero definite le sue architetture “ad atrio”) furono acclamate, presto arrivarono aspre critiche dal movimento “New Urbanist”: le moderne “insulae” di Portman “voltavano le spalle” ai cittadini, non si integravano col contesto. Come il discusso Hotel Marriott Marquis di Times Square a New York del 1985, che - va detto - al momento della costruzione sorgeva su una piazza ben più squallida di quella di oggi.

Lo ricorda il New York Times, che riporta anche le parole dell’allora critico del giornale, Paul Goldberger: “Come gran parte dell'architettura del signor Portman, l'hotel è rivolto quasi completamente verso l’interno; l'architetto sembra interessato all'attività urbana solo nella misura in cui può essere inscatolata e confezionata all'interno delle sue mura. Al resto di New York, questo edificio mostra un duro muro di cemento”.

Quella di Portman, però, non era mancanza di sensibilità urbanistica, anzi. Il Peachtree Center di Atlanta era stato un vero successo, aveva risollevato le sorti del centro città. Ma allora perché un’architettura così “riservata”, aperta eppure chiusa in sè stessa, indipendente? Portman rispose con una - condivisibile o meno - immagine: quella dell’oasi. “Tutti sanno costruire edifici e metterci delle stanze dentro”, avrebbe detto nel 2011, ma altra cosa è mettere l’essere umano al centro del progetto, restituendogli entusiasmo e liberandolo dall’ansia urbana: “l’architettura dovrebbe essere una sinfonia”. Un ideale di armonia che mutuava direttamente da Frank Lloyd Wright. 

Il dibattito su “apertura” e “chiusura” della (e alla) città potrebbe apparire datato, invece è tremendamente attuale e polarizza sempre di più la politica come le scelte sulla sicurezza, basti pensare ai muri di Trump, all’immigrazione, al terrorismo che agisce sulle strade: quanto, oggi, avremmo voglia di muoverci sicuri, all’interno di oasi urbane? Portman non poteva prevederlo, ma forse aveva colto qualcosa: il bisogno di un “pascolo sicuro” per quel ceto medio in odore di riflusso nel privato. Insomma, l’esprit degli anni 80, quando all’elevazione delle idee si sostituì quella delle scelte di consumo. 

Nella sua lunga carriera lunga 60 anni, John C. Portman - che era stato figlio di un impiegato governativo e di un’estetista - progettò edifici in diverse metropoli degli Stati Uniti: l'Embarcadero Center di San Francisco (1971-76, 1988); il Renaissance Center di Detroit (1977); il Bonaventure Hotel a Los Angeles (1977). Ai progetti statunitensi ne seguirono altri asiatici, come quello di Marina Square (1987) a Singapore e dello Shanghai Centre (1990) in Cina. 

Tra i progetti più recenti, le tre torri dello Yin Tai center a Pechino (2002-07), o l'Icon (2004-07) e l'Hilton Bayfront (2006-08), a San Diego in California. Una carriera immensa, coronata dalla vittoria - tra i tanti premi - del “Lynn S. Beedle Lifetime Achievement Award”, conferitogli nel 2009 dal Council on tall buildings and urban habitat. 

Col 2017 diciamo quindi addio anche a un grande maestro che dai primi progetti degli anni 50, quelli di semplici drugstore della YMCA, arrivò a fondare, oltre allo studio John Portman & associates, la società di investimenti immobiliari Portman Holdings, il design center Atlanta Decorative Arts Center, e uno dei più grandi centri internazionali di commercio all’ingrosso, l’AmericasMart. E che permeò del suo sguardo visionario gli skyline di alcune tra le più grandi metropoli del mondo. 

 

 


di Roberto Fiandaca / 3 Gennaio 2018

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