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Meryl Hadida Shabani, con L'Eclaireur ho portato il gusto parigino a Los Angeles

Un anno dopo aver portato lo storico negozio negli Stati Uniti, la fondatrice ci racconta di uno spazio che vuole essere soprattutto unico

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Meryl Hadida, fondatrice di L'Eclaireur Los Angeles ci racconta il progetto del suo concept store dedicato a design e arte. 

Quattro anni fa, Meryl Hadida Shabani ha lasciato Parigi, la sua città del cuore, per trasferirsi a Los Angeles per amore. Da allora si è sposata, ha avuto la sua prima figlia, e ha aperto la sua boutique di design: L'Eclaireur, a West Hollywood, il distretto del design della città.  E se il nome suona familiare, è perché è un "distaccamento" dei quattro concept store parigini fondati negli anni '80 dai suoi genitori, Martine e Armand Hadida

E mentre loro si sono focalizzati sul creare degli spazi dove la moda fosse la grande protagonista, esaltata da installazioni e pezzi di design realizzati su commissione, Meryl ha fatto esattamente il contrario. L'Eclaireur di Los Angeles parla di arte e design, prima di tutto.  Il motivo? Dare spazio ad artisti e makers (dagli emergenti ai grandi nomi) che a Los Angeles non sono rappresentati da nessuno. 

Il negozio, che si trova al numero 450 di Robertson Boulevard, è una residenza di tre piani dal sapore francese che accoglie pezzi sia nuovi che vintage, uniti dal fil rouge dell'unicità: tutti i pezzi esposti sono pezzi unici, oppure in edizione davvero limitata.

Nello stesso palazzo anni fa si trovava la boutique David Jones, floral designer di star e celeb, che abitava al terzo piano. Qui, negli anni, hanno gravitato personaggi come Elizabeth Taylor, Michael Jackson,  Reagans, Betsy Bloomingdale.

Incontriamo la fondatrice nello store, tra opere di Zaha Hadid, Carol Chrsitian Poell, Ado Chale, Arne Quizne e Ben Storms, (solo per dirne alcuni), dove ci racconta il suo progetto innovativo.

Meryl, le boutique di Parigi sono spazi di moda, in cui sono presenti anche pezzi di design. Qui, il contrario..
Esatto. Il focus della boutique di Los Angeles è l'arte, e il design - anche se abbiamo tenuto tre collezioni di abbigliamento all'interno del negozio – per mentenere il legame con la nostra storia parigina.

I tuoi genitori hanno fondato uno dei concept store più famosi al mondo. Ora tocca a te. Questione di DNA o sogno di una vita?
Entrambe. È un progetto importantissimo per me, l'ho sempre sognato, e il fatto che sia nato mi rende felice. C'è voluta tanta fatica, due anni di lavori, e un incredibile impegno. Oggi, è una delle cose di cui sono più orgogliosa.

Come mai questa città?
Per me è stato amore a prima vista. Mi sono trasferita qui per mio marito, conosciuto durante una vacanza a Miami. Dopo due anni, avevo capito l’energia che c’era da pochi anni nell’ambito del arte e design stava evolvendo e crescendo rapidamente. Stavano nascendo musei importanti, le gallerie d’arte si moltiplicavano, e ho pensato che fosse il momento giusto per portare qui la nostra storia, certa ci fosse il giusto terreno per poter esprimere la nostra passione per il design.

Scelta coraggiosa o ben mirata?
All'inizio è stato un rischio, ma ora sono certa sia stata la scelta più azzeccata.
La moda è oggi molto difficile, soprattutto a Los Angeles dove pochi possono resistere al totalitarismo dello shopping online e dei saldi costanti dei department stores. A Parigi, siamo ancora salvi: il sistema non è ancora così digitalizzato come quello americano, ma sappiamo purtoppo che quello che parte dall'America prima o poi raggiunge il resto del mondo. Dunque anche il modello della boutique di moda dovrà sempre essere riinventato. I miei genitori, che ne hanno fatto la loro passione da sempre, mi insegnano di non lasciare mai le cose cosi come sono, pensare sempre al prossimo passo. L'obiettivo è anticipare cosa vorrano i clienti tra 5 anni.

E oggi lo showroom-galleria compie un anno. Cosa vi aspettavate quando avete lanciato il progetto?
Come qualsiasi cosa nuova, non si sa mai cosa aspettarsi, soprattutto considerato il fatto che Los Angeles è una città molto diversa da Parigi, a cui noi eravamo abituati. L’obiettivo iniziale era quello di sorprendere, incuriosire, far scoprire qualcosa di nuovo, e il nostro intento è ancora questo. Vogliamo raccontare una storia attraverso ogni pezzo che vendiamo.

Cosa vi ha sorpreso all'inizio?
Sicuramente il fatto che la maggior parte dei progetti di arredamento vengono seguiti dagli interior designer più che dai privati. Quindi i nostri clienti sono loro, più che altro. Mentre a Parigi il business è "B to C", qui è molto più "B to B". Anche se, naturalmente, abbiamo svariati clienti privati. 

Ospitate anche installazioni temporanee. L'ultimo progetto di cui vi siete occupati?

La personale dell'artista parigino Pierre Bonnefille, un vero «Maître d’Arts» che ha esposto le sue opere composte da trame di bronzo che riflettono una miriade di paesaggi onirici nati da giochi di luce. Non solo quadri, ma anche credenze e armadi. È stata una mostra magnifica.

Tra gli artisti di cui vi occupate c'è anche qualche nome italiano....
Sì. Come Fornasetti, London e Borsani.  Amo l'Italia e ho avuto la fortuna di vivere a Milano per cinque anni, durante i miei studi. La cultura del vostro Paese è speciale, siete davvero fortunati.

Al progetto di interni hanno pensato gli Hadida. E, nonostante abbiano rivoluzionato drasticamente lo stile classico dell'edificio, una cosa è rimasta intatta: l'ascensore privato di Jones che collegava tutti e tre i piani al parcheggio sul retro. Infatti, è ancora interamente rivestito del tessuto animalier scelto anni fa dal floral designer. 

www.leclaireur.com

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di Valentina Mariani / 20 Novembre 2017

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