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#compleanno: Marina Abramović, storia di un caso discutibile

The Grand Mother of performance compie 71 anni, (quasi) tutti spesi a raccontare la banalità del dolore

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Il 30 novembre 2017 sono settantun anni che Marina Abramović racconta la banalità del dolore. Mai come in lei, l’arte e la vita sono diventati una cosa sola, parti di un progetto che mette il corpo al centro dell’esplorazione sui limiti della paura, dell'esaurimento, del dolore e della resistenza. A partire dai primi anni ’70, quando a 29 anni partecipa alla scena artistica underground della Belgrado comunista del dopoguerra con performance estreme di torture fisiche e psicologiche in cui si tagliuzza il corpo, siede immobile per ore, si brucia o si asfissia da sola, invita il pubblico a umiliarla. Poi torna a casa dalla madre (ex maggiore nell’esercito di Tito, poi direttore del Museum of Art and Revolution) cercando di non superare il coprifuoco delle 22.00, pena l’essere picchiata a sangue, si legge nel suo discusso memoir Walk Trough Walls.

Segue il sodalizio artistico e personale con l’artista della Germania dell’Ovest Frank Uwe Laysiepen (per tutti Ulay) da cui nasce la famosa performance col pitone: lei sdraiata a pancia in giù sul pavimento della galleria, faccia a faccia con il pitone. Quando lui sporge la lingua, lei fa altrettanto. La performance dura quattro ore e termina solo perché il pitone se ne va. E tantissime altre in cui si fa male sul palco, qualche volta addirittura chiedendo al pubblico di colpirla con delle pietre.

Con gli anni le opere della performer sono diventate spettacoli più quieti, come The Artist Is Present al MoMA nel 2010 in cui Abramović indossava un abito lungo e monacale, portato con i capelli pettinati all’indietro e il volto pallido e spettrale. Lo scambio di energia con le migliaia di persone che hanno scelto di sedersi immobili e fissarla negli occhi era al tempo stesso ordinario e straordinario, tanto che diverse persone sono arrivate alle lacrime.

L’intimità, la guerra, la mortalità, il lutto, l’illusione e il tempo sono i grandi temi affrontati da Abramović, invitando il pubblico in maniera quasi ironica a superare le barriere percettive e concettuali: “È estremamente importante uscire dalla propria comfort zone, per conoscersi fino in fondo. È così che si scopre il nuovo Io. Il fatto è che io ho voluto anche essere di ispirazione agli altri. Volevo far capire che ‘se posso farlo io, lo puoi fare anche tu, sei tu l’unico padrone del tuo destino’. E lo volevo dire soprattutto alle donne: ‘Smettila di sentirti in colpa’, cosa che noi donne facciamo così bene. ‘Smettila di fare la vittima’”.


di Carlotta Marelli / 30 Novembre 2017

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