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Il MiArt raccontato da Alessandro Rabottini e Domitilla Dardi

Il direttore della ventiduesima edizione e la curatrice di Object, una delle sei sezioni della manifestazione ci parlano di arte, gallerie e ritorno del modernismo del Dopoguerra italiano

miart-alessandro-rabottini-domitilla-dardi
Matteo Pastorio

Avvolti dall'architettura del Teatro Filodrammatici di Milano firmato da Luigi Caccia Dominioni, Alessandro Rabottini, direttore del MiArt (fiera dell'arte contemporanea) e Domitilla Dardi, curatrice di Object, tra le sezioni in mostra.

Trovare un luogo in grado di rappresentare il comune senso del fare di Alessandro Rabottini, direttore della ventiduesima edizione della fiera d’arte contemporanea
MiArt (dal 31/3 al 2/4 a Fieramilanocity), e Domitilla Dardi, curatrice di Object, una delle sei sezioni della manifestazione, è un po’ come inventarsi una voce per l’enciclopedia Treccani: difficile e sfidante.

Sì perché entrambi i personaggi vantano un curriculum che copre, per esperienza e conoscenza, almeno un secolo di storia dell’arte e del design. Così decidiamo di ritrarli all’interno del Teatro Filodrammatici di Milano, gioiello architettonico, ridisegnato negli anni Sessanta da Luigi Caccia Dominioni, dopo la parziale distruzione a causa dei bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Questa scelta, condivisa con i curatori, ci porta direttamente ai temi forti del sistema arte (fatto di istituzioni, fiere e collezionisti) che oggi, in Italia e all’estero, promuove i linguaggi creativi del Dopoguerra e che si riflette in questa edizione di MiArt.

A sinistra: Pennacchio Argentato, Alternate Future 2.0#, 2017, Acappella, Napoli. A destra: Markus Schinwald, Katia, 2016, Giò Marconi, Milano

“Tanti i tributi nel mondo agli artisti di questo periodo storico: le mostre di Marisa Merz al Metropolitan, Burri alla Tate e Fontana al Musée d’Art Moderne di Parigi”, sottolinea Alessandro Rabottini. “Ma anche in fiera: sono 175 le gallerie in scena e tutte più o meno convergono sulla produzione italiana di quel periodo”. Un’impronta, quella degli anni Cinquanta, che troviamo anche nella sezione curata da Domitilla Dardi, che ci aiuta a comprendere meglio la complessità della figura del gallerista di art design. “Si tratta di un esperto, profondo conoscitore di entrambe le discipline, che inaspettatamente, proprio per il rapporto così diretto con la ricerca, ricorda gli imprenditori illuminati del Secondo Novecento. Per comprendere il fenomeno oggi è necessario rileggere il progetto del Dopoguerra come espressione di un modo di fare riflessivo e attualizzarlo”. 

Ma il MiArt è molto altro ancora. “Questo è un momento in cui guardiamo l’arte con più attenzione e la riscopriamo trasversale (in termini di linguaggi, materiali e interpretazioni)
e caleidoscopica (è ovunque, non solo nel mondo occidentale)”, continua Rabottini. “Implicitamente è anche politica perché manifestazione di un soggetto all’interno del mondo.
Ma anche polarizzata: da una parte iper virtuale, dall’altra craft oriented. Siamo immersi nel digitale, ma sentiamo ancora in modo fisico”, chiude il direttore. Questa tensione al futuribile e alla manualità si sta verificando nell’arte come nel design: c’è un ritorno all’handmade fatto di materiali naturali come marmo e bronzo, ma anche a un cinetismo fatto di immagini in movimento.

Stefano Arienti, Senza titolo, 1993, Studio Guenzani, Milano

“Ma attenzione”, ammonisce Domitilla Dardi. “L’art design non è un nido che produce alto artigianato. In merito al craft è giusto ricordare che si è vittime di un luogo comune: quello della produzione di pezzi unici è solo un aspetto, perché esiste una radice di serialità profondissima che è stata costante fino all’ingresso della meccanizzazione. Il design da collezione non è da demonizzare: il vero lusso non sta nell’esclusività del pezzo, ma nel tempo che la ricerca impiega per realizzarlo”.

Quella del tempo è anche la variabile che guida, nell’arte come nel design, il fiuto del collezionista. Quello ideale? “Una persona dal profilo ben connotato: che conosce gli autori e, a tratti, è anche in grado di guidare il gallerista”, continua Dardi, che su questo tema ha focalizzato la sezione design di MiArt . “È colui che segue una sua storia, che trasforma la ricerca in sperimentazione acuta, ed è perfettamente inserito nella realtà del nostro tempo”, conferma Rabottini. “Perché più frequenti questo mondo, più sei in grado di comprenderlo: un’avventura che diventa uno stile di vita. Perché il collezionismo è una forma di autobiografia”.

www.miart.it

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Jaume Plensa per Maison Ruinarti
→ Miart e le altre

 


di Paola Carimati / 28 Marzo 2017

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