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Ole Scheeren, chi è il nuovo volto dell'architettura narrativa

Da OMA allo studio che porta il suo nome, i progetti che hanno segnato la carriera di uno degli architetti più importanti del secolo

ole-scheeren
Getty Images

Classe 71, un passato presso l’OMA tra Pechino e Hong Kong e vari premi alle spalle, Ole Scheeren è a pieno titolo un archistar che ha da qualche anno aperto lo studio che porta il suo nome. Per capire il tipo di “apprendistato” che l’ha reso quello che è oggi, basti pensare che ha condotto per lo studio di Rem Koolhaas uno dei progetti più iconici della capitale cinese, ovvero il quartier generale di CCTV, completato nel 2012.

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In una famosa Ted Talk, Ole fa un sunto molto preciso della sua idea di architettura. Al paradigma “Form follows function” che, se libera l’architettura dal decorativismo lo inchioda al funzionalismo, Ole preferisce “Fors follows fiction”. Lo spazio abitativo è un insieme connesso di storie, le storie di chi lo abita. L’architettura deve permettere lo sviluppo ottimale della nostra narrativa. Così, progettando la CCTV, Ole aveva stilato 5 profili-tipo di personaggi che ci avrebbero lavorato, percorrendone le giornate. L’organizzazione spaziale nasce di conseguenza: redazioni connesse, ma anche ambienti informali che favorissero lo scambio di idee. Non a caso tra gli oltre 70 collaboratori, Ole si avvale delle consulenze di film makers ed esperti della narrazione.

Un post condiviso da Epic Road (@epicroad) in data:

 

La stessa idea di narrazione la si può ritrovare nell’Archipelago Cinema in Tailandia, ricostruito poi a Venezia in occasione della Biennale 2012. Utilizzando le tecniche di strutture galleggianti dei pescatori locali, Ole ha costruito una sala galleggiante, dove, all’aperto, sono stati proiettati film d’epoca, in uno scenario mozzafiato che fondeva l’ottava arte col l’atmosfera popolare della natura.

Ole ha continuato a lavorare prevalentemente in Asia, acquisendo tecniche e servendosi di materiali locali con grande nonchalance.

 

Un post condiviso da MeMeni's (@xmemeni) in data:

Nel 2013 completa The Interlace, un villaggio verticale da 1040 residenze a Singapore che gli è valso, nel 2015 il World Building of the Year. A differenza dello sviluppo esclusivamente verticale, che abbonda nelle torri di Singapore e non solo, Ole ha deciso di sovrapporre diversi volumi a sviluppo orizzontale, creando prospettive fantastiche e possibilità mai viste prima. 31 blocchi di appartamenti, ognuno da sei piani, lasciano spazi comuni e giardini al centro del progetto. La comunità si può poi avvalere di un teatro, club, palestre, biblioteche, una piazza principale… insomma tutto il necessario per suggerire un senso di comunità. Gli affacci diagonali permettono non solo molte ore di luce, ma anche la privacy necessaria, ben diversa da quella garantita dalle solite schiere di grattacieli. Appartamenti soleggiati, ottimizzati dal punto di vista energetico e circondati dal verde che dispone di un’area del 12% più larga di prima.

Un post condiviso da Jazzy Li (@jazzyli_nyc) in data:

Di recente, lo studio sta portando a termine il Guardian Art Centre a Pechino. Commissionato da un’importante casa d’asta, l’edificio nasce per riflettere l’ibrido di un luogo culturale che è anche luogo di mercato. Tenendo conto del panorama storico in cui si inseriva, l’edificio non si impone con prepotenza ma si immerge nel contesto. In particolare l’aspetto “pixelato” della parte inferiore dell’edificio si fonde con il tessuto urbano adiacente, mentre l’apertura centrale ricorda quelle delle case cinesi storiche. Anche la scelta del rivestimento in vetro con una texture a mattone propone il Guardian come edificio umile e al servizio del bene civile. Un struttura centrale senza colonne lascia campo libero per le manifestazioni e le mostre artistiche, mentre due spazi più formali sono state ideati per ospitare le aste. Un hotel di 120 stanze con vista sulla Città Proibita, un ristorante e varie altre amenità puntano ad attrarre tutti gli attori del panorama artistico e culturale per farne una macchina per esibizioni e un catalizzatore della vita cittadina.

 

Un post condiviso da Piyapong (@noteho) in data:

Proprio quest’anno è poi stata inaugurata la Mahanakhan Tower. Anche in questo caso l’aspetto pixelato è forse la caratteristica macroscopica che più rimane impressa. Un grattacielo che mostra la propria struttura e che si fonde gradualmente con la terra nella sua discesa. Del resto Ole ha sottolineato a più riprese come una delle sfide degli architetti di oggi sia far buon uso delle tecnologie digitali ed essere, in fase realizzativa, all’altezza dei rendering, quando poi l’arte pratica rimane alla base di quest’arte. Per questo, racconta, capita ancora di realizzare a mano modellini il legno, tanto per avere un’idea della scala del lavoro. Un complesso residenziale di 62000 m2 che svetta nello skyline di Bangkok per 314 metri e 77 piani. Progettato per essere l’edificio più alto e ambizioso del paese, Mahanakhan racchiude dentro di sé ristoranti, café, stores, nonché 200 appartamenti firmati Ritz-Carlton. Il suo aspetto non finito e aperto è il tratto distintivo che ne fa giù un’icona del business district della città.

buro-os.com


di Stefano Annovazzi Lodi / 26 Settembre 2017

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