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Elle Decor Italia

Omaggio a Lina Bo Bardi

Donne e architettura: intervista a Carmen Andriani

A cento anni dalla nascita, Lina Bo Bardi è considerata la progettista italiana più importante. Ha sviluppato, donna in un ambiente di uomini, una propria poetica architettonica fondata sull'uso del cemento armato e sull'armonia con l’ambiente naturale. In occasione dell’evento arcVision Prize, Italcementi Group ha celebrato la sua figura con un riconoscimento speciale dedicato alla sua memoria e una lecture tenuta da Carmen Andriani, architetto, autrice di saggi e docente di progettazione architettonica. Elledecor.it l'ha incontrata per un'intervista, iniziata con una confidenza.

«C’è un aspetto molto personale nella storia di Lina che mi ha colpito immediatamente: siamo nate lo stesso giorno nella stessa località, anche se, ovviamente, a qualche decennio di distanza!»

Entrambe donne, entrambe architette.
«Al di là di ogni forma retorica, va detto che il talento e la perseveranza non bastano perché  una donna si affermi nel mondo dell’architettura e del design. Lina Bo Bardi si è trovata a essere protagonista di una fase culturale di straordinaria vitalità, gli Anni 50, in un Paese come il Brasile, nel quale l’élite borghese ha accolto lei e il marito, il gallerista Pietro Maria Bardi, con grande entusiasmo. Insieme i due sono stati al centro delle scena culturale Paulista inventando un nuovo modo di collezionare ed esporre l’arte, allargandone la divulgazione alle grandi masse».

A questo proposito mi viene in mente, parlando dell'architettura di Lina, la democratizzazione dell’arte attuata nel museo MASP.
«Lina ha sempre promosso un’idea di arte che fosse democratica e non gerarchica. Era interessata agli aspetti antropologici e sociali dell’arte, al valore che rende unico ogni manufatto. Per lei non esistevano una forma di cultura alta e una bassa. La grande scatola del MASP, sospesa sulla città, è il simbolo di questa idea inclusiva: le opere sono esposte in uno spazio completamente libero, orizzontale e simultaneo, nel quale ogni spettatore può scegliere il proprio percorso, stabilendo un rapporto diretto con l’arte. Poi c'è l'aspetto sociale: la grande piazza coperta sottostante diventa spazio pubblico aperto ai cittadini che possono utilizzarlo per manifestazioni collettive come concerti e spettacoli o anche solo come luogo d’ombra dove riposare».

Qual è il carattere distintivo dell'opera di Lina bo bardi?
«La sua parabola professionale è chiara. Lina riesce a riconnettere con le sue architetture, due realtà sociali che in Brasile sono sempre apparse distinte e separate: le oligarchie industriali e la grande fascia popolare. La sua capacità di ascolto e osservazione della realtà la porta, a metà degli Anni 70, al progetto di riqualificazione della ex fabbrica SESC, trasformata in un centro sociale aperto alla città. Anziché radere al suolo lo stabilimento abbandonato, per sostituirlo con un nuovo modello urbano, Lina Bo Bardi decide di mantenere la struttura esistente, immaginando forme di uso e riappropriazione, desunte dall’osservazione di quello che stava già avvenendo in quegli spazi: un’occupazione spontanea da parte dei cittadini».

Sembra la descrizione di un progetto di oggi.
«Nasce da un’idea di architettura come processo continuo e mai finito. Il progettista non termina il suo lavoro una volta che l’opera viene consegnata ai cittadini, ma continua a prendersene cura, mantenendola e migliorandola per piccoli passi successivi. In questo modo ogni progetto diventa occasione per sviluppare spazi non vincolanti, che siano adattabili, flessibili e mutevoli: principi che presuppongono un’idea di tempo circolare, molto lontana dalla nostra visione occidentale di un tempo lineare e determinato».


di Massimiliano Giberti / 11 Marzo 2014

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