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Dal Moma alla Triennale di Milano, l'intervista a Paola Antonelli

La Senior Curator del Dipartimento di Architettura e Design del MoMA ci racconta l'ultima mostra a NY... ma anche il prossimo progetto in Italia

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Paola Antonelli, Senior Curator del Dipartimento di Architettura e Design del MoMA di New York. Per il museo americano è anche Direttrice fondatrice di Ricerca e Sviluppo. La sua ultima curatela è la mostra "Items, Is Fashion Modern?", in corso fino a gennaio 2018.

Paola Antonelli. Un nome che quasi non ha bisogno di presentazioni. Orgoglio italiano nel mondo, è tra le donne più influenti della scena internazionale di design e cultura. Da 23 anni vive e lavora a New York, ai vertici del MoMA, dove è Senior Curator del Dipartimento di Architettura e Design e anche Direttore Ricerca e Sviluppo. È speaker e lecturer nelle università e nei convegni più prestigiosi del mondo, dalla Harvard Graduate School of Design al World Economic Forum di Davos. Pluripremiata e onorata, dalla Medaglia AIGA ricevuta nel 2015 per il suo servizio e contributo nel mondo del design a ben 4 Dottorati ad honorem (dal Royal College of Art e dalla Kingston University di Londra, dall’Art Center College of Design di Pasadena e dal Pratt Institute di New York). 

Corteggiata e sempre ricercata dalla stampa, ci dedica una preziosissima e ricca conversazione telefonica dal suo ufficio del MoMA in occasione della nuova mostra da lei curata “Items: Is Fashion Modern?”, in corso fino a gennaio 2018. E intanto arriva (e ci anticipa) anche l’ultima notizia del prossimo grande progetto fuori dal MoMA e che segna il ritorno a collaborare con l'Italia: sarà lei a curare la XXII Esposizione Internazionale del 2019, tra Milano e Monza.

 

 

Al MoMA è in corso la tua nuova mostra “Items: Is Fashion Modern”. Non design ma questa volta ricerchi e studi la moda. Ed è la prima volta (era successo solo nel 1944) che la moda entra al Museum of Modern Art. Come è nato questo progetto?

L’idea è venuta semplicemente, ho notato che non c’è la moda nella collezione del MoMA. Quindi mi sono messa a pensare che tipo di moda potesse entrare a far parte della collezione di questo museo, e mi sono messa anche a fare un pochino di ricerca per capire perché non ci fosse niente. Esisteva soltanto un abito di Fortuny, e non si capisce bene come fosse arrivato qui. Credo ci fosse una sorta di pregiudizio nei confronti della moda da parte del mondo dell’architettura e dei curatori che si sono susseguiti, tutti uomini, che la consideravano magari troppo femminile e frivola. Da allora mi sono messa a fare una lista, che ho chiamato “I vestiti che hanno cambiato il mondo”, “The garments that changed the world”, annotando oggetti come la T-shirt bianca o le Converse che sono scontati, ma che fanno la storia del nostro modo di vestire.

E come è continuata questa lista?

La aggiornavo e la tenevo nel cassetto, finché il direttore del MoMA, che sapeva che avevo questa lista da parte, un giorno mi disse: “Hai mai pensato di trasformala in una mostra?” e quindi eccoci qua.

Prima parlavi di capi e oggetti scontati che hai messo in mostra e mi viene in mente il tuo libro “Humble Masterpieces”, dedicato alle meraviglie quotidiane e anonime del design.

Proprio così, hai proprio toccato uno dei punti che era importante per noi in questa mostra, è la stessa tesi di “Humble Masterpieces”: raccontare oggetti di questo genere, che a volte volte non sai neanche chi li ha disegnati, perché sono talmente fatti bene che non c’è bisogno di sapere chi li ha progettati.

 

 @Shutterstock/SFIO CRACHO

Dalla T-shirt bianca al tubino nero, il bikini, le ballerine, la giacca di pelle, la maglietta a righe bretone… Quale capo in mostra vorresti sottolineare?

Penso alla felpa col cappuccio, che negli Stati Uniti è diventata un simbolo politico, perché era indossata da Trevor Martin, una ragazzo teenager americano nero che è stato ucciso da un vigilante in Florida. Ed è stato ucciso perché aveva il cappuccio alzato, e questo vigilante da questo fatto aveva deciso che aveva l’aria sospetta.

I vestiti quindi anche come simbolo politico, e in realtà è sempre stato così. Mi ricordo che quando ero piccola a Milano i Ray-Ban erano parte dell’uniforme dei Sanbabilini, e invece la giacca da pescatore era degli estremisti di sinistra che andavano alla Leonardo da Vinci. Per cui gli abiti sono sempre stati dei simboli politici, ed è molto importante per me parlarne in una mostra come questa, perché il design è anche politico.

La chiarezza e la semplicità dei grandi. Ricordo che a un convegno spiegavi come, quando curi una mostra, pensi ai bambini, alla fruibilità per loro.

Confermo pienamente, perché molto spesso i bambini e i teenager sono quelli che arrivano subito al dunque, sono i più critici e i più percettivi. Io non ho figli, per cui non voglio essere sdolcinata, ma io penso ai bambini perché sono i miei critici più duri e se riesco a convincere loro, a essere abbastanza chiara e convincente, la mostra allora va bene.

Paola, una domanda primaria: che cosa è il design?

Direi che è una forma espressiva e creativa umana che ha a che fare con oggetti che poi sono per tante persone, per cui è difficile definirlo in maniera concisa. Poi ci sono tanti tipi di design: il design digitale, dell’interazione, di mobili, c’è il design grafico. Per cui, capisci secondo me il modo più astratto per definirlo è creatività che poi è applicata ai bisogni e ai desideri di tante persone.

E la moda rientra sotto questo cappello?

A mio avviso assolutamente sì. Se l’idea di design che proponiamo è così ampia, la moda allora non solo fa parte del design, ma ne è anche uno dei campi più importanti, perché ha un’influenza e una capacità di raggiungere una vasta popolazione come quasi nessun’altra forma di design.

Un termine e un concetto di cui tanto si ama chiedere e parlare ma su cui credo regna un po’ di confusione: innovazione: che cosa è? Come si innova oggi?

C’è sempre un modo di fare innovazione, c’era nel 200 avanti Cristo, c’è adesso e ci sarà nel futuro; nel senso che innovazione non vuol dire avere sempre idee futuristiche o di alta tecnologia. A volte innovazione vuol dire recuperare la cultura materiale di vecchie civiltà.

Io per esempio trovo molto innovativi i designer di Formafantasma: cercano motivi antichi, li trasformano e li traducono per un utilizzo odierno e futuro. Innovazione è sia Elon Musk sia Formafantasma.

Venendo invece più a te. Sei al MoMA dal 1994. Cosa dall’Italia ti ha portato negli Stati Uniti?

Ho studiato al Politecnico di Milano. Poi tutto è avvenuto abbastanza organicamente, nel senso che ho avuto la fortuna di avere genitori che mi hanno spinto a imparare le lingue, a viaggiare, che non mi hanno mai bloccata quando mi imbarcavo in avventure estere, come quando ho deciso di trasferirmi a Los Angeles e poi a New York. Sono fortunata. Per quanto riguarda New York, mi sono stabilita qui rispondendo a un annuncio sul giornale per questa posizione al MoMA.

E come è andato questo primo incontro con New York?

All’inizio ero, come si dice negli Stati Uniti “un cervo nelle luci della macchina”, sai come quando i cervi si bloccano nel mezzo della strada perché sono abbagliati e non sanno più cosa fare. Quindi all’inizio è stato abbastanza difficile, ma poi appena mi hanno dato la mia prima mostra, mi sono messa a lavorare ed è tutto passato; però è stato un po’ traumatico trasferirmi a NY, non a Los Angeles, qui di più, perché è un modo di lavorare totalmente diverso. Ma adesso sono molto contenta e fiera di essere qua, ovviamente: perché - è il ritornello di una canzone - ma davvero quando fai qualcosa a New York lo vedono tutti, è una piattaforma globale unica. 

Dicevi dei tuoi genitori… Ma oltre alla loro apertura mentale, ricordi un incontro, una persona, uno spunto in particolare che ha scosso la tua vita e influenzata?

Ho avuto dei gran mentori e tutti quanti mi hanno dato scosse, da Giulio Castelli prima di tutto, che era il fondatore di Kartell, a Italo Lupi, Paolo Viti di Olivetti… tutti mi hanno aiutata tantissimo. Sara Little Turnbull qui negli Stati Uniti. È difficile per me pensare a un momento preciso: ma tutte queste persone mi hanno aiutata e aperto nuovi orizzonti.

Il 2017 è stato l’anno di Ettore Sottsass, del centenario della sua nascita, con celebrazioni e mostre in tutto il mondo, dalla Triennale a Milano al Met a New York. Castiglioni nel 2018, e poi Magistretti nel 2020. Come rendere omaggio ai cosiddetti Maestri? Credi la mostra sia un buon modo?

Decisamente: le mostre sono un metodo di comunicazione molto efficace, ma ce ne sono anche altri, come i documentari, i libri. Mi piacerebbe molto vedere un bel documentario su Sottsass per esempio. Le mostre però sono veramente importanti, perché, soprattutto per quanto riguarda i designer, permettono non soltanto di raccontare una storia, ma anche di mostrare gli oggetti. Io vorrei tanto però che invece di pensare soltanto ai Maestri, si pensasse di più alle Maestre, numero uno, e, numero due vorrei tanto che si dedicasse altrettanta attenzione al design contemporaneo. Trovo che spesso in Italia ci sia questa tendenza a riesaminare gli allori passati, invece che coltivare gli allori futuri. Sono contentissima che ci siano queste mostre, su Sottsass, Magistretti… non si finirà mai di imparare da loro, però ci sono tante altre fonti di apprendimento e c’è anche un sacco di progetto da fare per il futuro.

Quali sono oggi i paesi o le aree da dove vengono nuove idee e si fa design? Soprattutto, ha ancora senso parlare di design legato a una nazione o confini e specificità non esistono più?

Direi che hai ragione, è un po’ quello, il design oggi è fatto più dalle scuole che non dalle nazioni di origini degli studenti. Nel senso che c’è il design di Eindhoven, c’è il design della Domus Academy a Milano, il design della Head di Ginevra, c’era, e vediamo cosa succede in futuro, il design del Royal College di Londra… Quindi secondo me è molto più un fatto di scuole. Per dirti: qualche mese fa ero a Shanghai, ero lì per la settimana della moda e tutti i designer, ottimi designer cinesi giovanissimi, venivano chi dalla Central Saint Martins o da altre scuole londinesi, chi dalla Parsons… per cui è proprio la formazione che conta, che non è stilistica, ma di pensiero. Perché gli studenti che vengono da Eindhoven pensano e progettano in maniera diversa da quelli di Pasadena e ancora da quelli di Central Saint Martins, e direi che quell’imprinting è quello che rimane e può dare un tono alla nuova geografia del design.

Per concludere, tornando a te e a New York. Come dagli Stati Uniti vedi il panorama italiano e viceversa, come da italiana vivi la scena creativa americana?

Eh, non ci penso! Nel senso che è proprio quello che dicevamo prima: il modo in cui faccio ricerca di design è più basato sugli oggetti, sui designer e sulle scuole e non sulle nazioni.

Domanda finale: il progetto o sogno nel cassetto?

Ho un nuovo progetto che rappresenta un po’ i miei sogni e che proprio in questi giorni posso ufficializzare. Sono stata invitata a curare la XXII Esposizione Internazionale del 2019, tra Milano e Monza, lavorando sul tema "Broken Nature. Design Takes on Human Survival". Sono molto contenta di aver ricevuto questo importante incarico dall'Italia. 

LEGGI ANCHE:

Quali sono i 111 cult della moda? La risposta al MoMa di New York


di Caterina Lunghi / 7 Novembre 2017

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