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Elle Decor Italia

Musica congelata? Una playlist di Cino Zucchi

L'architetto milanese racconta la sua musica, e il rapporto con l’architettura. E ci regala 12 canzoni scelte dal suo iPod

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Getty Images

Che suono ha un progetto di Cino Zucchi? L’architetto milanese famoso per i suoi interventi a scala urbana in cui l’innovazione e il rapporto con il contesto danno forma a progetti eclettici, è il protagonista della sesta puntata delle playlist di elledecor.it scelte da designer e architetti. Oltre ai brani, Cino Zucchi ci regala anche un piccolo saggio, che parte dalle parole di Paul Valery per raccontare le tre condizioni che legano musica e architettura, costruite da una sorta di “matematica sentimentale”.

“In una conferenza sul suo melodramma Anfione, Paul Valéry riassume bene alcuni elementi del parallelo ‘storico’ tra architettura e musica: “Musica e architettura sono entrambe arti che non hanno bisogno di imitare le cose; sono arti in cui materia e forma hanno tra loro un rapporto molto più intimo che altrove; l'una e l'altra si rivolgono alla generale sensibilità. Entrambe ammettono la ripetizione, mezzo onnipotente; entrambe ricorrono agli effetti fisici della grandezza e dell'intensità, con cui possono stupire i sensi e la mente fino all'annichilimento. Infine, la loro rispettiva natura permette o suggerisce un'abbondanza di combinazioni e di sviluppi regolari che le collegano o le confrontano con la geometria e l'analisi. Dimenticavo l'essenziale: la composizione, - vale a dire l'unione del tutto con il particolare - si può cogliere e pretendere maggiormente nelle opere di musica e di architettura che nelle arti aventi come oggetto la riproduzione degli esseri visibili, poiché queste ultime, prendendo in prestito elementi e modelli dal mondo esterno, dal mondo delle cose già fatte e dei destini già stabiliti, producono qualche impurità, qualche allusione a questo mondo estraneo, qualche impressione equivoca e accidentale» (Paul Valéry, Storia d'Anfione, (1928) in id., Pièces sur l'art, trad. it. Scritti sull'arte, Milano 1984, pp.102-103).

Potremmo così indicare alcune condizioni comuni al lavoro di architetti e musicisti contemporanei. Una di queste è la tecnica dell’assemblaggio: come un musicista oggi ‘campiona’ e manipola suoni e rumori del mondo reale, così un architetto moderno – diversamente dai costruttori di cattedrali, che avevano il controllo totale sul processo di produzione, usa componenti della produzione industriale non disegnate da lui. Egli sceglie e unisce materiali e manufatti molto diversi tra loro, esibendo la loro giustapposizione e contaminazione come valore.

Una seconda condizione è quella dell'eclettismo. La cultura contemporanea ci appare come miscuglio geografico e storico di tutte le culture precedenti: il regionale si confonde con il globale, il recupero di tradizioni con l'innovazione. Le stesse aspirazioni minimal o puriste propugnate dal primo moderno vanno lette oggi sullo sfondo di un insieme caotico, e sono oggi lette per scarto semantico o differenza rispetto allo zapping visivo e uditivo a cui siamo ormai abituati.

Una terza condizione è quella della nostalgia di quella sintesi di gusto comune e ricerca alta che caratterizzava l'arte antica prima delle avanguardie e del loro perseguito ermetismo. La capacità di un’opera di essere letta su più livelli, la questione dell'intrattenimento e del piacere sono ridiventate concetti importanti nella musica e nell'architettura moderne.

In questa condizione di ‘risonanza’ tra arti diverse, il mio amore per la musica indie contemporanea corrisponde non solo a un’abitudine di lavoro – non riesco a progettare senza lo sfondo sonoro di ‘Radio Cino’, e cioè il mio Ipod in funzione “riproduzione casuale”- ma anche a un mio sentire più profondo, che ha sempre cercato di colmare il crepaccio formatasi nella nostra disciplina tra riflessione teorica e fruizione collettiva allargata. 

Se gli architetti hanno la cattiva abitudine di rubare (e volgarizzare) teorie o riflessioni da altre discipline, la parola ‘architettura’ è spesso da queste usata in maniera metaforica: si parla di ‘architettare’ un piano criminale o un linguaggio informatico. Per la mia compilation ho quindi scelto brani che guardavano ad architetti e architetture da punti di vista esterni, obliqui, come quello di Michelangelo Antonioni ne La Notte o di Stanley Kubrick in Arancia meccanica; canzoni dei miei adorati gruppi Pavement, The Posies, The Decemberists, Death Cab for Cutie o Amos the Transparent oppure di cantautori come Robert Pollard o Tim Arnold che ricamano trame musicali intorno a parole che mi fanno riflettere sul mio mestiere. 

Rileggevo l'altro giorno le frasi scritte da Brian Eno in Oblique Strategies, una sorta di mazzo di tarocchi volto a dirimere alcuni dilemmi compositivi seguendo un processo di natura ‘oracolare’ o divinatoria. Eccone alcune: “Riunisci alcuni elementi in un gruppo e opera sul gruppo. Metti in ordine. Accentua le ripetizioni. Esamina attentamente i dettagli più imbarazzanti e amplificali. Valorizza uno spazio vergine collocandolo entro una cornice raffinata. Sottrai gli elementi in ordine di irrilevanza apparente. Decora, decora. Accentua i difetti. Considera più modi di connettere. Onora il tuo errore come un'intenzione nascosta. Osserva l'ordine in cui fai le cose. Accetta i consigli. Sii sporco. Ricorri ad una vecchia idea. Cerca di enunciare il problema nel modo più chiaro possibile. Impiega un colore inaccettabile. Cosa farebbe il tuo migliore amico? Non lasciarti intimorire dai clichés. Vai fino ad uno estremo, ritorna verso una maggiore comodità. Definisci un territorio sicuro e servitene come di un'ancora. Solo una parte, non il tutto. Accentua le differenze. Sopprimi le specificità e sostituiscile con delle ambiguità. La ripetizione è una forma di cambiamento.” (Trad. it. di Fabio Destefani e Francesco Massoni in Brian Eno, Strategie oblique, Milano 1983).

Le potrei usare tutte in un mio progetto di architettura. 

Quando l’architettura ‘funziona’, la sua impressione è di tipo sintetico, immediato, e la sua complessità tecnica sparisce dietro un’impressione di ‘seconda natura’. Un’architettura riuscita dovrebbe forse essere percepita come una bella canzone: una sorta di ‘matematica sentimentale’, capace di affascinarci per la sua struttura ordinata e al contempo di costituire lo sfondo amato delle nostre vite. 

Enjoy."

Cino Zucchi

Tracklist:

1. Architect, Frightened Rabbit & Manchester Orchestra, Late March, Death March
2. Here I Dreamt I Was an Architect, The Decemberists, Castaways And Cutouts
3. The Architect Has a Gun, Chin Up Chin Up, We Should Have Never Lived Like We Were Skyscrapers
4. Army Corps of Architects, Death Cab for Cutie, You Can Play These Songs With Chords
5. How I Failed As an Architect, Amos the Transparent, Everything I Forgot to Forget 
6. Architectural Nightmare Man, Robert Pollard, Elephant Jokes
7. Grave Architecture, Pavement, Wowee Zowee: Sordid Sentinels
8. Accidental Architecture, The Posies, Blood/Candy
9. She’s the Architect, Tim Arnold, Oakey Doakey
10. Dream of a Failed Architect, The Ghost is Dancing, Battles On 
11. Architect Unknown, Kleenex Girl Wonder, Let it Buffer 
12. English Architecture, Teleman, Brilliant Sanity

 

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di Carlotta Marelli / 21 Agosto 2017

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