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Perchè Saint Étienne è una città underground?

Tutti gli indirizzi e i suggerimenti del direttore della Biennale di Design Olivier Peyricot per visitare al meglio la città francese

Si intitola Working Promesse la decima edizione della Biennale Internationale Design

Saint-Étienne (dal 9 marzo al 9 aprile 2017). L’indagine sul tema della mutazione del lavoro è stato fortemente voluto dal designer Olivier Peyricot, direttore scientifico della Biennale e del polo di ricerca della Cité du Design (noto per la sua vocazione sperimentale).

Con Olivier Peyricot abbiamo parlato della città, la sua atmosfera speciale e tutti i suggerimenti necessari per visitarla al meglio.

 

Perché hai scelto di lavorare qui?

Ci sono diverse ragioni: è la città del territorio più all’avanguardia nella sperimentazione sul fronte del design, gli abitanti sono molto accoglienti e ogni due anni qui si tiene il più grande evento di settore della Francia: la Biennale Internationale Design Saint-Étienne, con 200.000 visitatori.

 

 

Parlaci dell’atmosfera che si respira in città.

Saint-Étienne si è reinventata dopo le gravi crisi industriali di 30, 40 anni fa. La sua storia di ingeneri e inventori, lo straordinario savoir-faire operaio la rendono particolarmente adatta ad accogliere l’innovazione, e il design in particolare, con una cultura tecnica agguerrita.

 

Una particolarità?

La città ha una struttura atipica, è accerchiata da 7 colline. I quartieri sono tutti diversi, come i punti di vista offerti.

 

Dove trovi ispirazione?

C’è un movimento underground abbastanza segreto ma di cui si sente parlare, e che può essere scoperto grazie agli incontri con le persone giuste. Un’energia di ispirazione. E poi la storia industriale della città è affascinante: le invenzioni tecniche e sociali spingono noi designer sempre oltre nella sperimentazione.

 

Cosa ami di più della città?

Mi piace molto la vista dal quartiere Crêt du Roc. Trovo affascinanti i jardins ouvriers. E amo l’idea di un fiume che scorre sotterraneo in città. Ci sono anche una serie di posti reinventati dagli abitanti con il commercio o le attività culturali, come un’antica falegnameria trasformata in spazio creativo, o i negozi di Rue de la République coinvolti dalla Biennale. Esperienze diverse che permettono ai vari quartieri in città di evolvere. Il commercio è forse quello che trasforma di più la città, insieme al design per gli spazi pubblici.

 

Qualche indirizzo?

I ristoranti: Chez Lulu, l’Estrade à la Comédie, la Platine. Per i negozi la rue Salingro: À vin pas des marches (per il vino), il negozio di alimentari senza imballaggio, Supercagette con prodotti agricoli locali. Pop-up store: il Grand Magasin della Biennale e i negozi di Rue de la République che si occupano di design in questo periodo. Come musei, quello della miniera e quello d’arte moderna. E poi le architetture: Le Corbusier a Firminy, il Foyer de Jeune Travailleurs de Wogenscky, la scalinata di Crêt de Roc e tanto altro.

 

 

Cosa dobbiamo aspettarci da questa edizione?

Vedremo come il lavoro cambia sotto l’impulso della tecnologia, ma anche com’è influenzato dalle nuove organizzazioni sociali. Sarà l’occasione di scoprire designer e artisti come Didier Faustino e Joseph Grima, Stéphane Degoutin et Gwenola Wagon, specialisti quali Marie Lechner, Catherine Geel, Maurizzio Lazzarato, Yann Moulier-Boutang, Madeleine Aktypi, scrittori tra cui Alain Damasio, Catherine Dufour, il regista Olivier Bosson, i collettivi Open Factory, RDC e Dirty Enterprise guidata da Jerszy Seymour. La Biennale ospiterà come guest star Detroit (una delle città Unesco del Design), con il suo design e la scena musicale che l’accompagna. E si sperimenterà direttamente sul territorio, il programma OFF vedrà più di cento luoghi in giro per la città accogliere designer venuti da tutta Europa.


di Annalisa Rosso / 10 Marzo 2017

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