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La Sicilia nell'architettura di Vincenzo Ignaccolo

Un'intervista per raccontare il profondo legame dell'architetto con la sua terra d'origine. E la genesi di un progetto a sud di Noto

Vincenzo Ignaccolo, architetto siciliano, vive e lavora a Milano. Crede in un’architettura che va oltre l’aspetto funzionale e che diventa espressione poetica e memoria storica, tra custodia del passato e visione del futuro.
Vincenzo, dopo gli studi al Politecnico di Milano, inizia la sua attività collaborando con Mario Bellini, che recentemente ha ricevuto il Premio Medaglia d'Oro all'Architettura Italiana 2015. In seguito a varie esperienze e collaborazioni fonda VI+M studio dove, insieme al fratello Michele, spazia tra architettura e design, con la costante ricerca di un linguaggio sobrio e poetico. Gli abbiamo chiesto di raccontarci il suo progetto, una casa in campagna nei pressi di Vendicari. Un percorso alla riscoperta di un territorio dal grande fascino e della sua essenza aspra e infinitamente carica di odori e colori.

La Sicilia che ruolo ha nella tua vita e come è entrata a far parte del tuo progetto?
Sono nato e cresciuto nel sud estremo della Sicilia, un pezzo di terra dove la luce è accecante tutto l’anno. Cambiano solo le ombre: d’estate sono nette e aggressive, d’inverno lunghe e un po’ più accondiscendenti. Da quelle parti l’aria spesso sa di sale. È ritenuto del tutto normale ritrovarsi al mattino i balconi di casa sporchi di terra rossa: è la sabbia dei deserti del nord Africa che fa parte del paesaggio quasi quanto i fichi d’india e le agavi. L’orizzonte è la linea netta del mare, sempre. Il caldo ha l’odore delle canne secche e il suono delle cicale. Ecco, tutto questo è parte integrante del mio modo di essere, di esprimermi, di interpretare ogni cosa. Progettare e costruire ex-novo una casa proprio lì è stato emozionante. L’ho vissuto come una specie di viaggio attraverso gli archetipi del mio passato.

Qual è il filo conduttore che ti ha guidato?
L’architettura rurale locale. Le campagne intorno sono disseminate di costruzioni, spesso spontanee, molto affascinanti. Palmenti, piccole case rurali, fino a semplici capanni per gli attrezzi. Nessuna finitura di pregio, niente intagli o decori. La poesia è tutta nella semplicità dei volumi. Nei licheni attaccati ai muri. Nelle lastre di pietra calcarea segnate dal calpestio. Nell’intonaco delle facciate corroso dal vento. È da qui che sono partito.

Che rapporto hai con lo spazio?
Lo spazio è l’architettura in senso stretto. La materia serve per modellarlo, per renderlo leggibile. Ma la parte che fisicamente occupiamo, in cui ci muoviamo, è il vuoto, lo spazio appunto. Faccio sempre in modo che abbia un ruolo centrale nella genesi dei miei progetti, non voglio mai che sia il risultato casuale di altre scelte, è un errore in cui è molto facile cadere.

Come pensi che certe forme appartenenti alla tradizione possano essere reinterpretate in chiave contemporanea?
Guardando non solo al loro aspetto estetico/formale ma anche e soprattutto a quello poetico e suggestivo. Spesso, per esempio, alcune forme appartenenti alla tradizione sono legate a una funzione, a un gesto o ad una tecnica costruttiva oggi in disuso. Altre volte il fascino è dovuto semplicemente ai segni del tempo. Riprodurne fedelmente le sembianze allora diventa un esercizio sterile. Ma lavorare intorno alla loro poetica riportandola nel linguaggio contemporaneo può dare ottimi risultati.

Nella tua architettura e nel tuo design la natura è un elemento dominante. Come influenza il tuo modo di pensare?
L’architettura, per sua indole, è tendenzialmente statica. Mi piace molto che la natura entri a farne parte perché ha la forza di renderla mutevole. Una pianta, all’interno di uno spazio, ha la potenza di cambiare da sola la scena almeno per quattro volte l’anno, tante quante sono le stagioni. Così come può fare un vaso di fiori per un tavolo in un orizzonte temporale minore.

Come si può conciliare valore estetico con valore funzionale?
Puntando a fare una buona architettura. E imparando a memoria la lezione di Gio Ponti per cui «la funzionalità è un fatto implicito nelle architetture, mai un fine». L’architettura per funzionare del tutto deve essere bella. «Allora funziona per sempre: deve funzionare sul piano dell’arte». Ecco, questo è tutto quello che mi interessa dell’architettura.

Un ricordo della tua giovinezza.
La mia casa sull’albero (che non ho mai costruito). Ma quell’ulivo c’è ancora, forse un giorno la farò.

Un oggetto che ti rappresenta.
La Parentesi di Castiglioni. Sintesi perfetta. Dire che mi rappresenti è un po’ troppo, meglio dire che è per me un modello costante (come gran parte dell’opera di Castiglioni, d’altra parte).

Cosa ti piacerebbe progettare?
Una chiesa. Non sono credente, ma trovo estremamente affascinanti i luoghi di culto: rappresentano il lato più evocativo, intimo, mistico, solenne dell’architettura.

vi-mstudio.com

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di Marilena Pitino / 8 Febbraio 2016

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