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L'erede di Zaha Hadid vuole privatizzare le città?

Patrick Schumacher racconta a Berlino il suo Urban Policy Manifesto, vagheggiando i benefici del libertarismo più sfrenato ma Zaha Hadid Architects prende le distanze

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Getty Images

Per una volta, a scatenare lo stupore di un’intera platea di architetti e progettisti non sono state le forme morbide e destrutturate delle opere di Zaha Hadid, ma il manifesto programmatico del direttore del suo studio di architettura: durante il suo intervento al World Architecture Festival di Berlino, Patrik Schumacher, a fianco dell’architetto anglo-irachena fin dal 1988, ha inveito contro l’edilizia sociale, le prescrizioni dei piani regolatori e i finanziamenti statali alle scuole d’arte (“un anacronismo indifendibile”), vagheggiando al contrario i benefici del libertarismo più sfrenato, la privatizzazione radicale di strade, parchi e piazze e l’abolizione degli standard abitativi minimi e del controllo statale sulle norme di locazione.

Inevitabile che questo suo Urban Policy Manifesto gli sia immediatamente valso l’appellativo di “Trump dell’architettura”.

Qualche giorno dopo, però, l’architetto cinquantacinquenne ha leggermente ritrattato l’assolutezza delle sue posizioni, precisando di non essersi espresso a nome dello studio Zaha Hadid Architects e di non avere avuto idea che il suo intervento alla conferenza sarebbe stato trasmesso in live-streaming.

Persino a Oliver Wainwright, il giornalista che ha ne curato l’intervista per The Guardian e che ha personalmente assistito a diverse sue relazioni, è venuto il dubbio che Schumacher stesse provocatoriamente esagerando il ruolo di intellettuale polemista.

Ex marxista disilluso, dapprima vicino alle posizioni di Zaha Hadid, scomparsa lo scorso marzo per un arresto cardiaco (leggi anche → Addio all'archistar britannica Zaha Hadid), in seguito alla grave crisi finanziaria del 2008 sembra aver definitivamente abbandonato ogni idea di supporto statale per abbracciare la visione anarco-capitalista di Murray Rothbard e le teorie di Thomas Woods, seguace della Scuola Austriaca e autore di Meltdown (libro non a caso dedicato al succitato Rothbard).

L’architetto si premura di spiegare che svincolarsi dall’ingerenza di uno stato-balia (“nanny state”) è utile all’implemento della creatività imprenditoriale e quindi foriero di benefici per tutti, e non fa mistero di sognare un mondo utopico fatto da “città libere”, gestite da aziende private, a cui i cittadini pagano la mera fornitura di servizi: “credo che il governo inteso come offerta di mercato sia un’idea interessante da perseguire”, dice Schumacher, giacché l’uguaglianza è sì un’aspirazione ragionevole, ma non può essere una preoccupazione prevalente sul progresso economico.

Prevedibilmente, se già la stessa Hadid era solita prendere le distanze dall’ostentato anarcoliberismo di Schumacher (che lei chiamava scherzosamente “patrikmetricism”), non si è fatta attendere la risposta dello Zaha Hadid Architects: con una lettera aperta del 29 novembre, senza mezzi termini lo studio chiarisce dalla prima riga di non avere nulla a che spartire con l’Urban Policy Manifesto di Schumacher.

L’associazione di architetti riuniti sotto l’eredità comune di una donna che non soltanto ha sovvertito i canoni dell’architettura e della sua interazione con l’ambiente, ma che ha incorporato la cultura della ricerca collettiva in ogni aspetto del suo lavoro, formando una squadra di professionisti provenienti da tutto il mondo, formata per quasi la metà da donne e da minoranze etniche, di differenti talenti e discipline, si dice decisa a perseguire l’intento della sua fondatrice, volto ad un’”architettura di inclusività”.

E non senza una nota polemica, la lettera ricorda che Zaha Hadid non ha avuto bisogno di scrivere manifesti, perché li ha costruiti: ben 56 progetti in 45 città del mondo, differenti ma ugualmente pensati per tutta la comunità.

www.zaha-hadid.com

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di Lia Morreale / 30 Novembre 2016

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