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Elle Decor Italia

Intervista al designer Fabio Novembre

L’installazione We Dance allo spazio Lexus al Circolo Filologico Milanese

In occasione del Fuorisalone 2014 la casa automobilistica Lexus si fa in tre. Per sviluppare il tema di quest’anno “Amazing in Motion”, il brand nipponico che da alcuni anni sostiene la sperimentazione nel mondo del design più allargato rispetto al suo bacino commerciale specifico, ha chiamato infatti tre designer di fama mondiale che hanno allestito il piano terra del Circolo Filologico Milanese di Via Clerici 10.

Abbiamo incontrato Fabio Novembre, in assoluto il primo autore non giapponese coinvolto nel progetto, che ha realizzato We Dance: un’installazione degna delle macchine inutili di Bruno Munari, concepita come un piccolo sistema cosmico in rivoluzione intorno ad un centro dinamico, ma anche come una grande cellula embrionale in attesa di essere fecondata.

Come è stato lavorare con Lexus?
E’ stato interessante muoversi in un contesto così apparentemente lontano dalla nostra cultura occidentale; fortunatamente non ho deluso le loro aspettative sugli italiani. In We Dance gli ingredienti ci sono tutti: musica, mirror ball, luci colorate, potrebbe essere una macchina fantastica di Leonardo.

Cosa ne pensi dell’associazione tra i due concetti di movimento e divertimento?
Il movimento è sempre amazing perché è vita. In fondo tutti noi siamo una semplice agitazione di cellule che agiscono in un confine fisico ma permangono in una condizione di costante movimento. Il nostro occhio tende a semplificare le forme e gli spazi, ma dietro c’è grande complessità. La mia installazione è allo stesso tempo qualcosa di molto grande, come il cosmo e molto piccolo, come una cellula: una danza di elettroni intorno a un nucleo.

Che rapporto c’è tra il tuo modo di fare design e l’idea di corpo umano?
Ogni oggetto deve interagire col corpo umano altrimenti non ha ragione di esistere. Il corpo è qualcosa di fragile; gli oggetti con cui interagisce sono un po’ come delle conchiglie, vestiti, sedie o architetture, che siano, dialogano col corpo e lo rivestono a scale diverse. Gli spazi che progetto sono immaginati come lo stage set cinematografico di una serie di storie che vanno a compiersi al loro interno: senza le persone che li vivono non avrebbero senso.

Torniamo a We Dance: che musica hai scelto per questa danza della vita?
La colonna sonora dell’installazione è composta da 7 hit di walzer. Ho scelto questo tipo di danza perché per prima, nella storia, introduce nei balli strutturati il contatto fra uomo e donna. Rappresenta la fine dell’oscurantismo, che forse ancora viviamo.


di Massimiliano Giberti / 8 Aprile 2014

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