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Elle Decor Italia

Dove vivono gli architetti

Intervista a Francesca Molteni sulla mostra ideata per Cosmit

Quanti di noi si sono chiesti: come e dove vivono gli architetti? La risposta c'è la danno Francesca MolteniDavide Pizzigoni e Cosmit con la mostra multimediale in scena alla Fiera di Rho dall’8 al 13 aprile in occasione del Salone del Mobile 2014. Protagonisti 8 nomi dell’architettura internazionale e le loro abitazioni in giro per il mondo: Shigeru Ban a Tokyo, Mario Bellini a Milano, David Chipperfield a Berlino, Massimiliano e Doriana Fuksas a Parigi, Zaha Hadid a Londra, Marcio Kogan a San Paolo, Daniel Libeskind a New York, Bijoy Jain a Mumbai. L'idea? Entrare nei reami domestici di questi grandi architetti per vedere come vivono in diverse parti del globo. A parlarcene è la stessa Francesca Molteni.

Com'è nata la mostra?
Avevo già collaborato con Cosmit e il Salone Internazionale del Mobile curando l'evento-spettacolo Design Dance, con Michela Marelli, nel 2012 e l'installazione Un bagno di stelle nel 2010. Di solito propongo loro concept inediti e su misura. Nel caso di Dove vivono gli architetti, l'idea presentata è piaciuta subito. Design e architettura sono due mondi che, secondo me, devono dialogare di più. Bisogna mostrare alla gente come si vive in altre parti del mondo.

Cosa dello stile di vita di questi progettisti ti ha colpito di più?
Gli 8 architetti selezionati per la mostra sono personalità molto diverse tra di loro. Hanno tutti storie di vita distinte e di conseguenza anche itinerari differenti.

Qualche esempio?
C'è un netto contrasto tra il modo di vivere di Bijoy Jain a Mumbai, immerso nella Natura e a stretto contatto con gli artigiani, e il modus vivendi di Zaha Hadid nella frenesia e nello stress di Londra. E, ancora, tra come si vive la stanza della cucina in India piuttosto che a Parigi. Diversa è l'esperienza di Daniel Libeskind che ha avuto un percorso formativo a tappe. Partito da Łódź in Polonia è esploso con il progetto del Jewish Museum a Berlino e subito dopo l'attentato del 11 settembre ha sentito di doversi trasferire non solo a New York ma nelle vicinanze del World Trade Center.

Cosa hai voluto comunicare con questo progetto?
Che si dovrebbe ritornare a una dimensione più intima della casa, concentrandosi sugli oggetti, senza che gli architetti debbano dedicarsi esclusivamente a progetti immensi. È il motivo per cui mi sono calata nei panni di una detective per scrutare quali colori, libri o arredi decorano le abitazioni di questi 8 grandi nomi dell'architettura. Ovviamente l'intento non era voyeuristico. Mi interessava ricreare atmosfere e suoni nei quali le archistar sono immerse. Da qui le 8 installazioni ideate da me insieme allo scenografo Davide Pizzigoni tra le quali la mega libreria di Mario Bellini, ricostruita in scala ridotta. Della mostra verrà anche pubblicato un volume edito da Corraini.

Nella diversità delle otto case in mostra esiste un fil rouge?
La cosa che le accomuna, paradossalmente, è il fatto che sono, tutte, abitazioni non disegnate dagli otto architetti. Zaha Hadid mi ha confessato con molta ironia che un architetto progetta case all'inizio della propria carriera o alla fine. Di certo non il suo caso.

Qualche aneddoto?
Me ne vengono in mente due: Bellini che nella sua casa milanese vive, respira e lavora attorno ad una libreria a più piani di 9 metri e il brasiliano Marcio Kogan il cui living è stato una vera sorpresa: rappresenta l'impronta di un'esistenza fatta di viaggi, di passioni e ricordi. Ci ha raccontato della prima volta a New York quando mangiò per una settimana solo pollo fritto da KFC perché aveva speso tutto acquistando un Warhol o del disegno fatto da Woody Allen per Mia Farrow o della firma di Pablo Picasso.


di Eugenio Cirmi / 5 Marzo 2014

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