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Elle Decor Italia

Mostre tra arte e design al FuoriSalone 2018: pronti per il quartetto di diamante di 5vie

4 show curati da Annalisa Rosso, Maria Cristina Didero, Nicolas Bellavance-Lecompte e Alice Stori

Vegan Design_Erez Nevi Pana + Maria Cristina Didero_Salt_ph. Claudia Rothkagel
Claudia Rothkagel

Sgabello ideato dal designer israeliano Erez Nevi Pana all'interno della mostra Vegan Design curata da Maria Cristina Didero

Lo storico distretto delle 5vie, uno dei più giovani che popolano di eventi le strade della città durante la Milano Design Week, è da cinque anni in prima linea sia nel supporto e la promozione dei designer emergenti sia nella valorizzazione di alcune chicche locali che in pochi conoscono. E così, emerso dal campanilistico contesto delle vecchie botteghe e dell'autoproduzione in cui sembrava essersi un po' infangato, inaugura un'avventura curatoriale nella quale, a capeggiare, sono le quattro mostre principali.
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Una delle novità del 2018 è la riapertura dello spazio Ex-Meazza, ferramenta simbolo del dopoguerra per tutti i milanesi, chiuso ormai da due anni e che, in un labirinto di stanze, ospita la mostra Panorama, personale di Valentina Cameranesi curata da Annalisa Rosso. Qui la designer sviluppa gli elementi cardine della sua ricerca in un gioco di cliché e rievocazioni restituito in una allestimento tanto striminzito quanto complesso ed esaustivo.
La mostra, ad un primo sguardo, è così femminile da sembrare quasi mielosa, ma osservandola accuratamente si può invece notare un fortissimo carattere spigoloso. Elementi audaci, cromati, specchiati, incastonati, avvitati o precari, sorreggono tessuti semitrasparenti e delicati, per ospitare vasi dalle forme sensuali ma disturbanti, ataviche, materne e a tratti così vernacolari da risultare splendide, tanto da esserne catturati magneticamente.

Foto di Adrianna Glaviano

Anche al Garage Sanremo – spazio diventato icona del distretto del centro storico milanese – l'area principale ospita una personale, quella di Erez Nevi Pana curata da Maria Cristina Didero dal titolo Vegan Design, che prova a rispondere alla domanda: è possibile fare design senza utilizzare alcun materiale di provenienza animale? Vegano lui stesso, il designer israeliano, formatosi all’Accademia di Eindhoven e attualmente dottorando in Austria, si cimenta in un lavoro costante e testardo per provare a dare una risposta.

Questa mostra documenta non solo una ricerca che getta le basi per alcune riflessioni molto più ampie – e che varrebbe la pena approfondire in altra sede – sulle modalità del nostro vivere quotidiano, ma soprattutto è la prima tappa di una sfida che Erez Nevi Pana prova a vincere nel disperato tentativo di rimanere fedele a sé stesso, senza cedere alle comodità, troppo disponibili ma troppo poco etiche. Infatti, dalla carta agli sgabelli (foto in apertura), dai piccoli contenitori fino ai vestiti, il designer vegano si rende conto di doversi autoprodurre ogni sorta di oggetto affinchè sia conforme ai suoi standard materici ideali. Il bellissimo allestimento in cui le materie prime sono protagoniste è di forte impatto e sicuramente contribuisce alla comprensione dei costituenti primari di questa ricerca, ma al contempo mette in ombra la premessa utilitaristica dell'intero progetto, l'aspetto invece più intrigante dell'intera operazione: vegan design come necessità urgente.

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In via Cesare Correnti troviamo poi le esposizioni di due curatori più emergenti. La prima è Unsighted di Nicolas Bellavance-Lecompte, che consiste in un progetto espositivo per il quale viene chiesto ai designer di produrre un pezzo senza conoscere il contesto, il luogo o la destinazione finale. Senza parametri standard, il lavoro mira a emancipare il progettista dalle nozioni di stile classico, da specifiche spaziali e da richieste formali. L'attenzione si concentra sulla creazione di oggetti che sono quindi agenti attivi e autonomi nel loro ambiente. Unsighted espone solo lavori inediti di: Anton Alvarez, Bahraini Danish, Dana Barnes, Eric Schmitt, Niamh Barry, Omer Arbel, Roberto Sironi e Seo Jeonghwa.

Tuttavia, ogni oggetto, o set di oggetti, è isolato in una diversa stanza dell'appartamento e i progetti fanno fatica a dialogare, tanto per la questione spaziale, quanto per le loro così diverse identità estetiche. Scardinare il legame tra oggetto e interno, tra progetto e contesto, significa tentare di scardinare una delle regole principali del design e forse il risultato finale non si addice a una designweek milanese in cui, fortunatamente, la cultura del progetto in tutte le sue componenti supera tuttora quella del vezzo formale.

La seconda mostra che troviamo in questa sede è infine Arcadia, un esperimento esperienziale che la curatrice italiana Alice Stori mette in atto per anticipare il suo ampio progetto annuale di ricerca, scouting e residenze. Questa è dichiaratamente, e senza ombra di dubbio alcuno, una vetrina giocosa, all'apparenza errante da quanto circense sembra il suo approccio, di quella che sarà la mostra Legacy allo Schloß Hollenegg for Design dal 4 al 7 maggio. Un appuntamento dunque troppo vicino per consentire la produzione di un'altra esposizione, con la quale l'istituzione no-profit austriaca rischierebbe oltretutto di ripetersi.

Di fatto Arcadia, anche se ha poco a che vedere con il design in senso stretto e sembra quasi un non-luogo instagrammabile, parla invece molto del tema che ha preso in esame la designer Sara Ricciardi: quello dell'eredità culturale. Le meravigliose carte da parati orientali che si trovano al castello di Hollenegg (lo stesso in cui la curatrice vive e in cui si terrà Legacy), diventano un lascito grafico – di legacy appunto – con cui giocare e un modo per far rivivere antiche stampe, cristallizzate negli interni antichi della dimora e all'apparenza troppo preziose persino per venir sfiorate.

Cosa si trova all'interno di questa installazione? Non vi roviniamo la sorpresa, ma non resta che dire brava a Sara, la giovane designer che intorno a un solo unico oggetto, seppur calibrato fino nel più minimo dettaglio tecnico, è riuscita a mettere in scena una storia intera in un teatro gipsy colorato da scoprire scostando il sipario.


di Elisabetta Donati De Conti / 16 Aprile 2018

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