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Total white per una casa-studio a New York City

Il restyling di una vecchia tipografia del 19°secolo arredata con icone di design

La maquette in legno di uno spazio total white firmato Diane Lewis è stata da poco acquisita dal Museum of Modern of Art. Chissà se un giorno anche i visitatori del MoMA guardandola potranno percepire quell’intensa emozione che ci ha travolto entrando in questo spazio, immediatamente consapevoli di trovarci in un’architettura d’interni che comprendeva in sé mondi e linguaggi straordinari, visibili e da scoprire.

In una giornata di sole i proprietari Beatriz Colomina, docente di Architettura e Founding Director of the Program in Media and Modernity alla Princeton University, e Mark Wigley, preside della Graduate School of Architecture, Planning and Preservation alla Columbia University, ci hanno accolto con spontanea amicizia, complici nel racconto fotografico, entusiasti nel descrivere quello che definiscono come uno degli ultimi esemplari di una specie quasi estinta: il loft newyorkese.

La loro casa è un unico volume d’aria con ampie finestre su due lati. Una grande scatola. Molto alta. Con pavimenti originali, colonne in ghisa del 19° secolo e nessun muro. Sono le quinte verticali mobili, che vanno da pavimento a soffitto, a definire gli spazi e la loro funzione e a essere essi stessi elementi d’arredo. Una soluzione progettuale senza i limiti di un’architettura domestica convenzionale.

Un tempo era una tipografia: ci sono ancora due blocchi di cemento in mezzo al pavimento che reggevano i macchinari più pesanti. Hanno l’aspetto di un tappeto, ma sono memoria dell’originario uso dello spazio. Racconta Mark: “Siamo entrambi scrittori e insegnanti, la nostra biblioteca è in continua crescita, abitare in una vecchia tipografia ci sembra un fatto naturale, la suggestione della macchina da stampa è sempre presente: nel loft viviamo in una perenne mescolanza di vita e scrittura, computer portatili ovunque. Lo spazio diventa una grande piazza dove possiamo cenare, incontrare studenti, amici e colleghi.

Sospeso in questo orizzonte c’è un enorme tavolo bianco, dove normalmente io e Beatriz ceniamo seduti in un angolo. È il nostro personale paesaggio”. Beatriz, spagnola dal fascino irresistibile, è una stimata storica e teorica dell’architettura, i suoi lavori sono stati tradotti in oltre 25 lingue. Attualmente sta preparando una mostra di pedagogia radicale per Monditalia per la Biennale d’Architettura 2014 di Venezia, il suo nuovo libro è X-Ray Architecture. Mark invece sta terminando un libro dedicato a Buckminster Fuller intitolato Bucky Inc. Architecture in the Age of Radio.

Mark dalla Nuova Zelanda, Beatriz da Barcellona hanno trovato a New York la qualità di vita ideale. “Dal momento in cui ti svegli senti che sei al centro dell’azione”, spiega Beatriz. “New York comunica un’energia continua (leggi anche → Speciale New York Design Week). Col tempo realizzi che questa energia non ti viene data dalla città ma è prodotta da te e da tutti gli immigrati che l’hanno costruita. New York è fatta di persone che cambiano velocità e direzione, che pensano e insieme formano un pensiero collettivo”.

New York con la sua unicità è anche al centro della filosofia progettuale di Diane Lewis, figura di spicco dell’architettura contemporanea che ha firmato il loft di Beatriz e Mark. La incontriamo il giorno dopo nel suo studio, raccolto, a Chelsea, affacciato su un piccolo giardino, e con lei scopriamo la genesi profonda del progetto.

“Nel 1976, quando studiavo alla Cooper Union e preparavo la tesi, ho vinto in premio un anno all’Accademia Americana a Roma”, ci racconta. “Affascinata dal Rinascimento, durante una visita al Palazzo Ducale di Urbino sono stata colpita dallo Studiolo e dalla Cappella Privata di Federico da Montefeltro, luoghi magnifici ma compressi, intimi e potenti, che solo un piccolo scalino separava da ambienti maestosi dalle proporzioni di una piazza. Questo contrasto, la dialettica tra la stanza chiusa, piccola scatola in un enorme spazio, è stato la fonte d’ispirazione principale per il progetto del loft di SoHo.

L’idea era di poter circolare nell’Ambulatorium aperto con la possibilità di chiuderlo attraverso elementi free-standing. Un luogo architettonico totalmente neutrale, domestico e insieme sociale, dove si può pensare di mettere un letto in una stanza di un centinaio di metri quadrati e di immergersi in un mare di vuoto con perimetri articolati come barriere prive di gravità”.

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di Rosaria Zucconi e Francesca Benedetto / 3 Giugno 2014

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