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Elle Decor Italia

Trasformare un attico a Londra

Un’abitazione contemporanea in un edificio storico. Dove vivere e lavorare

Per Retrouvius (nome originale, che combina rétro e Vitruvio), negozio/studio di interior design londinese, la storia è uno straordinario ripostiglio di oggetti e atmosfere, ispirazioni e patine, rughe e salti di memoria. Per i due soci, e compagni di vita, Adam Hills e Maria Speake il riuso - o meglio il salvataggio, come lo chiamano loro - è la resurrezione delle cose, e l’inizio di una nuova vita. La bellezza, lungi dall’essere sinonimo di novità, è una categoria sentimentale.

La loro casa si trova nel centro di Londra, in un edificio edoardiano di mattoni del 1917, vicino a Baker Street; per molti anni ci è vissuta la famiglia di Adam. “Poi”, mi spiega Maria, una voce squillante con una leggera inflessione scozzese, “ci siamo andati noi, trasportando noi stessi e la nostra identità al suo interno. Gli spazi sono tutti di altezza diversa, e sono pieni di tettucci triangolari, canne dei camini ovunque e sempre nelle posizioni sbagliate. Abbiamo sovrapposto il pre e il post, sfuocandone le differenze: volevamo ottenere un senso di calma generale. C’è anche un’insegna con scritto ‘Ave Maria’, illuminata da mille piccole lampadine; alcuni nostri amici cattolici disapprovano!”.

La missione di Retrouvius, fin dagli anni ’90, è stata di salvare quante più cose possibile dalle demolizioni in corso. “Non ci piaceva come veniva solitamente riutilizzata, senza immaginazione, la roba vecchia di recupero. A Glasgow, mentre studiavamo architettura, c’erano tante demolizioni, aree abbandonate e trasformazioni; ma tutto ciò che si salvava finiva per essere considerato comunque un retaggio del passato. Col tempo le cose sono gradualmente cambiate, perché è emersa una nuova sensibilità legata ai mobili, ai materiali e agli oggetti. E noi ci siamo trovati a lavorare insieme a giovani architetti interessati a queste cose, e a trovare per loro pezzi anni ’50, ’60 e ’70 che possedevano patina e matericità. Ci tengo però a sottolineare che non siamo interessati a ricreare ambienti in stile: vorremmo promuovere una nuova sensibilità legata ai mobili, ai materiali, agli oggetti e agli spazi, di qualunque periodo”. Così appassionati all’idea del salvataggio, e senza avere un magazzino, Adam e Maria allora prelevavano dai cantieri e rivendevano a colleghi, poco importava che fossero camini, vetrate o pavimenti.

Oggi l’appartamento di Londra è innanzitutto un luogo dove si mescolano curiosità, piccolo collezionismo, sensibilità, e forse anche un po’ di nostalgia. Per alcuni può essere considerato eccentrico, ma per i progettisti/proprietari è un luogo che ha una sua precisa ragione d’essere. “No, nella nostra casa non c’è nostalgia”, puntualizza Maria, “se per nostalgia si intende qualcosa di negativo, che ti impedisce di guardare avanti. Con i nostri progetti cerchiamo di creare una piccola storia, una certa patina. Sappiamo quanto sia facile imparare dal passato, ma sappiamo anche quanto sia difficile usare la storia al presente facendo in modo che conservi freschezza o modernità. Anche se ciascun oggetto ha una storia appassionante, ci interessano gli spazi e l’atmosfera che si crea”.

L’appartamento a Marylebone contiene tante cose, e la varietà genera una polifonia che non appartiene a nessun particolare periodo storico ed è quindi timeless: vecchie armadiature provenienti dal Victoria and Albert Museum, apparecchi illuminanti dall’industria automobilistica, segnaletica religiosa, un piano di marmo che arriva dalla bottega di un pescivendolo, rivestimenti di pietra dall’aeroporto di Heathrow. Chiedo a Maria se la preoccupa quanto siano diventati di moda oggi i materiali di recupero. “Sì, un po’ ci spiace. Noi lo facciamo da vent’anni e amiamo pensare che il nostro lavoro possieda una sua profondità e filosofia, legate a un certo modo di vivere. In molti oggi sentono il bisogno di riappropriarsi di materiali del passato; il problema è che vengono poi ri-utilizzati come fossero carta da parati, da incollare sui muri di un pub o di un ristorante”.


di Sebastiano Brandolini / 4 Novembre 2013

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